La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

October 18th, 2011

Le regole di Internazionale per i “baccelli”

No Comments, Mail - di fretta, by enrico.

1 Prima di fuggire, assicurati di avere un cervello.

2 Goditi il tuo stipendio in dollari, ma non smettere mai di lamentarti che ti manca l’Italia.

3 Non dire “noi giovani”, soprattutto se hai quarant’anni.

4 Sei partito per non fare la fame? Allora sei uno stomaco in fuga.

5 Ok, hai una cattedra a Cambridge. Resta il fatto che la pasta della mensa è sempre scotta.

6 Una volta partito, scoprirai che l’Italia è un posto magnifico. Per andare in vacanza.

 

fonte: http://www.internazionale.it/superblog/regole/2011/10/14/cervelli-in-fuga/

October 10th, 2011

Werkstätten Und Kulturhaus

No Comments, Vienna, by giacomo.

Domenica d’Ottobre, qua fa già piuttosto freddo – per gli standard cui sono abituato. La famiglia va a visitare il WUK, che è aperto tutto il giorno per via di una festa per i bimbi.

 

Il WUK, ovvero “Laboratori e Centro Culturale” è un posto molto interessante. C’ero stato anni fa per un evento organizzato ad un nostro amico artista che sta qui a Vienna – un giorno vi racconterò di lui.

È un complesso di edifici, non molto grande, con un cortile interno, che ricorda l’università di Berlino Est, quella piena di edera, in mattoni rossi. Dentro ci sono laboratori, un auditorium, un asilo, un bar. I laboratori sono molto ben forniti: quello di falegnameria ha seghe circolari, a nastro, pialle, roba professionale di buon livello – per quel che mi par di capire data la mia esperienza nella bottega di mio padre. La cosa ganza è che sono aperti, e che gli aspiranti artisti, falegnami, scultori, fotografi, possono fruirne liberamente. Se hai voglia di esprimerti, lo puoi fare.

La giornata per i bambini consta nei laboratori aperti, con alcuni dei fruitori più assidui – mi par di capire – a dar man forte ai genitori e ai mostriciattoli proponendo alcune attività di base, tipo far delle maracas con piatti o biccheri di carta e semi o legumi secchi: roba da lupetti, per intendersi. Oppure suonare gli strumenti musicali prodotti dai provetti frequentatori (si va da roba di merda che vien da vergognarsi e piccole meraviglie dell’ingegno umano che andrebbero secondo me esposte, o quantomeno suonate professionalmente), cosa che i bimbi fanno con particolare accanimento, essendo prevalentemente strumenti a percussione.

Peppe ne approfitta per testare la risonanza della scatola cranica di una ex-compagna d’asilo, che – effettivamente – a seguito della percussione (percossa?) produce suoni a profusione, magari non quelli che Peppe sperava, a giudicare dalla sua espressione delusa, ma insomma suoni.

Dopodichè arriviamo alla discoteca.

Il primo impatto è esilarante: una pista da centro sociale, abbastanza lurida, tutta scura, con luci da disco che saettano in tutte le direzioni, frastuono da serata all’Ex-Emerson (quando ancora era al capolinea del 14), puzzo simile (senza però odore di tabacco o cannabinoidi combusti) misto di chiacchere e musica, un dj con l’immancabile Mac ben esposto, compreso del suo ruolo.

In pista: famiglie.

Bambini che ballano in braccio o davanti alle proprie madri, cuscini in cui si rotolano padri e figli, pozze di palline di plastica entro cui bimbi di varie età se le suonano di santa ragione, materassini su cui dormono lattanti stravaccati.

Il tutto condito da una musica che, per un adulto è alta, per un bimbo è l’equivalente del volume di un rave party quando stai davanti le casse (esperienza che per altro mi sento di consigliare).

La prima impressione positiva (“hai visto bellini”) scolora in un discreto disagio (“ma che cazzo stanno facendo?”) ed emigriamo fuori. Il posto è alla fine abbastanza alienante, i bimbi sono storditi dalla musica e dalle luci (e francamente non ne vedo molto la necessità: quando vogliono, sanno perfettamente come stordirsi, e lo fanno senza l’ausilio di strumenti esterni, di tipo chimico, meccanico o altro), i genitori si divertono magari, ma insomma mi garba il giusto.

Optiamo per andare a ripigliarci nell’asilo del WUK, che consta in uno stanzone tagliato a metà da uno scivolo lungo come un trampolino per il salto con gli sci (che pare anche sia l’unica vera attività svolta nell’asilo – lo scivolo, non il salto con gli sci – stando a quanto riportano insegnanti ed avventori, entrambe le tipologie di soggetti fortemente entusiasti della dotazione), popolato da alcuni genitori che si fanno un teino mentre i bimbi giocano ai pirati di là.

Sono strani, gli austriaci.

La discoteca per bambini al WUK

September 29th, 2011

Il bel Paese

No Comments, Mail - di fretta, by enrico.

Vivere nel Paese dei furbi non è sempre facile. Sintetizziamo le puntate precedenti: metti una casa, un usufrutto gratuito per dieci anni (una vera manna dal cielo in questi tempi difficili per chiunque abbia meno di 40 anni) e un’asta giudiziara. Metti poi che la casa in questione, ad un paio d’anni dalla fine dell’usufrutto ed in coincidenza con il tuo trasferimento nella suddetta, finisca in mano al furbo avvocato di turno (che, poverino, nell’ultimo anno ha speso quasi un milione di euro tra varie aste giudiziarie…..) e allora il quadro sarà tragicamente completo.
In questo Paese neanche un testamento ti può tutelare, in questo Paese l’avvocato di turno ha gli strumenti legali per farti una causa sul nulla, per abusare della sua professione e per costringerti a rinunciare a qualcosa a cui avevi diritto. E poco importa se su quella casa facevi affidameto quando avevi deciso di emigrare, poca importa, all’avvocato di turno, il valore affettivo che potevi dare a quel luogo, lui che ha già investito quasi un milione di euro in speculazione edilizia e che, poverino, vuole solo “tutelarsi” da me, pericolosissimo precario della ricerca. In questo Paese devi pure ringraziare perché le cose sarebbero potute andarti anche peggio.

Questo Paese a volte stanca e, con tutta ‘sta merda, ti passa semplicemente la voglia……

September 21st, 2011

L’arte di sbagliare

2 Comments, Vienna, by giacomo.

slittaIl travagliato rapporto fra il mio buon Acciai e Fitto mi ha pungolato.

Un giorno d’inverno, in una strettoia, s’incontrarono due contadini sulle loro slitte. Il primo disse: “Spostati su, ché fa freddo e io devo andare al mercato a vendere la mia roba!”.
“Spostati tu – ribatté l’altro – ché fa freddo, sono stato tutta la mattina al mercato e ho fretta di tornare al calduccio dalla mia famiglia!”.
E così stavano a litigare in mezzo alla strada.
Passò un terzo che disse loro: “Chi ha più premura, si faccia indietro”.

Questo racconto russo, non ricordo di chi sia – ed era sicuramente scritto molto meglio – mi ha colpito sin dalla prima volta che, bambino, l’ho letto.
Il litigio in contumacia fra Enrico e Raffaele, come tutti quelli fra gli italiani in questi ultimi vent’anni, mi ricordano sempre questi due contadini.

Non pensiate, però, che io mi ritenga al di fuori di questa logica: mio malgrado ne sono invischiato anch’io.

Anche io schiumo di rabbia. Non riesco più a guardare un pollaio politico in TV: semplicemente non ce la faccio.

Una volta vidi a ottoEmezzo quella sottosegretario pdl tanto-per-bene che non mi ricordo mai come si chiama, la Casellati (son dovuto andare a vedere). Avevamo ancora i postumi della barzelletta di Berlusconi sulla mela, con cui deliziò la delegazione di fedeli a Palazzo Grazioli, mi pare. E io pensavo: “Ma perché una signora che potrebbe essere mia madre si deve ridurre a difendere un indifendibile ed impresentabile maschilista gretto volgare vecchio maniaco?”

E tuttavia queste considerazioni partono da un primo, irrinunciabile assioma: noi, che siamo quelli buoni, bravi e intelligenti, abbiamo ragione, gli altri, che sono coloro che votano Berlusconi, hanno torto, o comunque sbagliano.

Di questo passo andiamo poco lontano.

Anche io mi chiedo ad esempio cosa possa dire Capezzone ai propri amici più cari, quelli che ti conoscono, che ti vogliono bene, che sanno chi sei. Di cosa avranno parlato dopo che da radicale è diventato portavoce di Berlusconi? Di fica?
Eppure io sono convinto, e ogni giorno cerco di ricordarmelo bene, perché è un insegnamento difficile, che la ragione non stia mai da una sola parte, e che dunque il mio assioma sia sbagliato.

Credo che ci sia perlomeno una cosa infatti che accomuna me e una persona che – in buona fede – vota Berlusconi (a parte il fatto che condividiamo la chimica del carbonio): entrambi non sbagliamo. E soprattutto, gli italiani non sanno sbagliare.

E sbagliare è un’arte impegnativa.

Se riuscissimo tutti a sbagliare, ovvero a capire in cosa sbagliamo, e ad accettarlo serenamente, facendo un passo indietro, le cose credo ricomincerebbero a funzionare.

E loro potrebbero tornare a casa, ché sono stati al mercato negli ultimi dieci anni, e noi a portare la nostra roba al mercato, che le mele succulente che abbiamo raccolto a Milano questa primavera stanno per andare a male.

September 21st, 2011

Me e Raffaele

No Comments, Santander, by enrico.

Raffaele è nato in Puglia nel 1969; io sono nato in Toscana nel 1980. Raffaele fa lo stesso mestiere del padre; io provo, con scarsi successi, a fare lo storico. Raffaele ha preso un voto bassino alla maturità (38/60); anch’io in quell’occasione non ho brillato (69/100). Ma questa è forse l’unica cosa che abbiamo in comune io e Raffaele.

Questa sera mi sono incrociato con Raffaele e di ritorno per qualche giorno in Italia l’ho appena ascoltato a lungo. Già sapevo che io e Raffaele la pensavamo in modo diverso su molte cose, già sapevo che non sarei stato d’accordo con quello che avrebbe detto, già sapevo che le nostre idee d’Italia erano molto diverse. Nonostante questo ho visto Raffaele difendere l’indifendibile, arrampicarsi sugli specchi, negare l’evidenza e ho provato rabbia, tanta rabbia. Ho provato rabbia perché è proprio per gente come Raffaele che la nostra società è in coma profondo, è per gente come lui che in tanti ce ne siamo dovuti andare, è per gente come lui che è così difficile essere italiani. Ho provato rabbia perché l’inglese ed il francese di Raffaele erano talmente maccaronici di far pensare ai film di Totò. Ho provato rabbia perché Raffaele dimostrava di non avere neanche gli strumenti intellettuali per occupare il posto che occupa. Ho provato rabbia pensando ai sacrifici che sta facendo una buona parte della mia generazione per colpa di tanti raffaeli. Ho provato rabbia perché non si poteva provare altro.

Poi ho pensato che la sera Raffaele dovrà pur tornare a casa dai propri cari, parlare con i figli, vedere degli amici e mi son chiesto cosa dica loro, se avrà, anche con loro, la faccia tosta di sostenere l’insostenibile. E allora, giusto per un secondo, ho provato anche un po’ di pena per Raffaele.

Vado a letto pensando che finché ci sarà gente come Raffaele ci saranno, sicuramente, dei Baccelli in fuga.

 

ps

 

Raffaele di cognome fa Fitto, è l’attuale ministro per gli affari regionali e, tra il 2000 ed il 2005, è stato presidente della regione Puglia. Questa sera era ospite della trasmissione Ballarò.

 

pps

 

Il padre di Raffaele era stato presidente della stessa regione dal 1985 al 1988, vedi i casi della vita…..

 

September 10th, 2011

Viale al tramonto

No Comments, Vienna, by giacomo.

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L’ho vista di lontano, mentre tornavamo a casa dal parco io, Peppe, Tim e William (con quest’ultimo Peppe intrattiene da quando avevano entrambi pochi mesi una regolare corrispondenza di botte, schianti e frignate).
Rigidamente curva, come fosse fatta interamente di vetro, arrancava trascinandosi una sporta modernissima, ultraleggera, dotata di un manico in alluminio da fare invidia ai rover della NASA su Marte, probabile regalo di un figlio sollecito e premuroso. La mia vicina, credo oltre i novanta, portati malissimo.
Mentre copriamo una cinquantina di metri riesce ad afferrare la borsetta, dopo aver sistemato la sporta in posizione eretta, appoggiato il bastone accanto al portone, e compiuto altre laboriose operazioni che non sto a riportare.
Fra me e Tim contiamo due passeggini, due borse e due bimbi.
Con un rapido e incerto scambio di battute Tim, inglese che parla un ottimo tedesco, capisce che la cariatide apprezzerebbe un aiuto da parte nostra. Dunque: io apro la porta e la tengo aperta (è a molla ovviamente) per far entrare nonna Austria, nel frattempo le due belve irrompono facendo quasi cadere la poveretta, che ha intrapreso le operazioni d’imbarco. Con un grido affatto mediterraneo, che mi vale l’appellativo di padre degenere, blocco le due belve sulle scale, mentre la vecchia avanza sul secondo gradino. Nel mentre Tim ha disposto una fila di passeggini così da facilitare l’entrata dei mezzi e dei bagagli.
Abbandono la vecchia al suo destino, fatto di gradini, corrimano e bimbi da evitare, e mi dedico ad aiutare Tim che sta imbarcando i passeggini con destrezza da Godzilla.
Chiudo la porta, prendo passeggino e borsa che mi competono e supero la vecchia (che già ha superato la prima rampa di quattro scalini e si appresta – battagliera – a sfidare la seconda, insidiosissima, di ben otto). Giungo all’ascensore: la macchina infame è un coerente prodotto della peggior cultura borghese.

Breve excursus polemico: a piano terra si apre solo con la chiave, e solo con essa, tenendola girata, è possibile farlo salire premendo in contemporanea il bottone del piano. Logaritmi che nemmeno Obama deve fare se vuole sganciare una bombetta atomica, e se hai una mano sola, infatti, il merdosissimo bottone del piano lo devi pigiare col naso. Per scendere invece, cioè per levarsi dalle palle, funziona benissimo e a gratis. In più scende sempre, autonomamente, a piano terra ogni volta che lo lasci solo per qualche minuto. Quando vengono ospiti, mi sento sempre a disagio per l’evidente mancanza di cortesia nei loro confronti arrecata dal mio ascensore. Ma vabbè.

Arrivo all’ascensore e apro la porta (che ovviamente ha una molla per richiudersi così potente che ci puoi tagliare un bue a metà). Con orrore realizzo che sarebbe poco carino andar su e lasciare la vegliarda a bocca asciutta. Tanto più che sta al mezzanino. E allora aspettiamo.

In meno di mezzora copre il corridoio e la rampa e, infine, giunge. Peppe già si succhia il dito in cerca di conforto.
Facilito le operazioni di ingresso tenendo la porta, e quando la vedo ormai autonoma, chiave alla mano, bastone appoggiato e dito (l’altro) sul tasto “M”, chiudo la porta.

Dopo un po’ di tempo, l’ascensore parte.

Sento che arriva al mezzanino, e premo la chiamata.

Dopo un po’ torna.

Apro la porta e ritrovo la vecchina, la chiave ancora nella toppa, che fra il mortificato, il fatalista e il divertito, mi dice: “È stato più veloce lui”.

September 2nd, 2011

Non è un paese per giovani

No Comments, Santander, by enrico.

(Attenzione questo è un articolo politicamente scorretto e se ne sconsiglia vivamente la lettura agli over-50)

 

Mai avrei pensato di iscrivermi ad uno di quei centri del bicipite e del polpaccio che vanno tanto di moda negli ultimi anni. Uno di quei centri che, per cifre tutt’altro che modiche, ti offrono di tutto: dalle piscine alle saune, dai più moderni tapis roulant a dei pesi che neanche Schwarznegger nei giorni migliori. Non lo pensavo eppure l’ho fatto. Considerando i costi più contenuti rispetto all’Italia, la vicinanza a casa e, soprattutto, la necessità di ritornare in piscina dopo due mesi di incontri troppo ravvicinati con la gastronima locale posso ora considerami il membro di un “club esclusivo” (così m’hanno detto, tra mille sorrisi, mentre strisciavano la mia carta di credito).

Dopo il necessario passaggio nella succursale d’una nota multinazionale di abbigliamento sportivo per l’aquisizione di abiti congrui all’esclusività del luogo, mi sono presentato in quella che (sempre secondo la sorridente signorina della carta di credito) dovrei considerare come una “seconda casa”. Causa la temporanea chiusura della piscina ho dovuto, mio malgrado, optare per una corsetta sul posto su uno di quei diabolici attrezzi che corrispondono al nome di tapis-roulant Devo ammettere che mi sentivo sinceramente un cretino a correre e, soprattutto, a sudare in uno stanzone chiuso con altri 15-20 esemeplari della mia specie mentre fuori c’era un bellismo sole. Dopo pochi minuti ho cominciato a realizzare, non senza stupore, di cavarmela decisamente meglio rispetto ai miei affannati vicini. Cosa stava succedendo? Erano tre mesi che non muovevo un muscolo, e d’improvvismo eccomi a correre agile e leggero (almeno così mi pareva) mentre tutto intorno si sentiva solo un ansimare profondo e confuso. Eppure loro erano dei professionisti della cosa sul posto, lo si vedeva chiaramente dai loro vestiari e dalla loro confidenza con il mezzo. L’illusione d’essere diventato un novello Mennea è durata il tempo d’un pensiero; mi sono guardato meglio attorno ed ho capito. Ero circondato da vecchi. Tra me e il più giovane di loro correvano almeno 25 anni di differenza.

È stato un momento, un’epifania improvvisa. In questa città sono SEMPRE circondato da vecchi. Sono ovunque e sono tantissimi. Le file dei supermercati sono popolate esclusivamente da nonne dai capelli cotonati (generalmente tinti di colori improponibili), camminare per strada significa doversi produrre in difficilissimi slalom tra bastoni e andature incerte. Ed è così che diventa normale incontrare questi anziani anche nei posti più impensabili; magari alle tre di notte a farsi un birino nel tuo stesso bar oppure, appunto, nel “club più esclusivo della città” a ricercare una giovinezza ormai troppo lontana. E forse se Santander è una città lenta e noiosa è porprio perchè a loro piace così. Che stupido, come mai non c’ero arrivato prima!

Naturalmente avere una simile categoria di concittadini ha anche qualche aspetto positivo. Gli esempi più lampanti li si hanno sugli autobus. A Santander non dovrai affrettarti a scendere alla tua fermanta; gli autisti, consapevoli della mercanzia che portano al giro, aspettano pazientemente ad ogni fermata, così da dare anche al più scalcinato novantenne tutto il tempo di alzarsi da suo posto e di scendere. Inoltre, visti i tuoi compagni di viaggio, ti passa velocemente il vizio di cedere il tuo posto a sedere: scegliere a chi lasciarlo è psicologicamente più duro che fare l’indifferente e guardare fuori dal finestrino. Meglio allora, come ormai faccio nelle ore di punta, rimanersene in piedi anche se ci sono decine di posti liberi. Una volta, erano i primi giorni ed ero ancora una persona sensibile, avevo deciso di lasciar sedere un ottantenne con evidenti problemi di deambulazione; non ho fatto in tempo ad alzarmi e ad avvertire il prescelto che già una simpatica canaglia, sarà stata sulla settantina, si era seduta al mio posto. L’unica altra under-60 come me presente su quel bus mi ha allora sussurrato: “Perchè dovremmo lasciare loro il posto? Se sono qui, su questo bus, vorrà dire che tanto male non stanno!”

 

Avrei voluto ribatterle qualcosa, ma non l’ho fatto.

 

 

August 28th, 2011

La civiltà dello scooter (sull’arroganza)

3 Comments, Vienna, by giacomo.

A Firenze, complici un clima tutto sommato mite e un susseguirsi di amministrazioni comunali senza fantasia, fiorisce da qualche anno la civiltà dello scooter.

Questa possibile evoluzione della civiltà occidentale non prospera ovunque, grazie al cielo (nel senso del clima), ad amministrazioni più capaci, e forse anche a culture più evolute.

Un esemplare tipico di tale civiltà possiede un moderno scooter giapponese, di quelli col profilo da nave baleniera, lungo come una macchina, con una marmitta catalitica che fa vibrare cuori e cristallerie, dalla guida sportiva in posizione sgraziata, che regala grandi emozioni e artrosi a chi guida il potente mezzo (che ha una cilindrata da trattore a cingoli anni sessanta di marca cecoslovacca). Con questo elegante cetaceo della strada, il nostro (che chiameremo affettuosamente  Gastone) fende i flutti del traffico veicolare cittadino con nonchalance. Non vi fate ingannare dai miei fronzoli: i movimenti del mezzo non hanno nulla di aggraziato. Il buon Gastone, infatti, complice un assetto calibrato sul peggior autista reperibile in zona Yokohama, bauscula a destra e a manca, evitando pericolosamente tutto ciò che si trova in carreggiata per pochi peli, con una grazia da facocero. Questo semplicemente perché non sa guidare, nessuno glielo ha mai insegnato, nessuno si prende la briga di farglielo notare, e Gastone stesso, infine, è convinto di essere un asso delle due ruote. Bravi i Giapponesi, nulla da dire. Riuscire a far sentire Valentino Rossi un dramma della guida come Gastone non è cosa da poco, e si meritano le migliaia di euri che il nostro ha generosamente investito per l’acquisto dell’orrido mezzo (che chiameremo Moby in ossequio al meno gentile omologo). Per completare il quadro: Gastone vive e lavora a Firenze, ha un casco a padella che gli copre un decimo del cranio – rasato ma non perchè ha una incipiente e impietosa calvizie, ma perchè a lui piace così – e gli occhiali a goccia.

Ma il problema estetico, sia per quanto riguarda Moby che lo stile di guida di Gastone, è tutto sommato marginale.

Il vero problema è l’attitudine di Gastone alla guida, ovvero alla vita in generale. Gastone è infatti convinto di avere la Precedenza. Non in senso lato, né in senso metaforico o stradale: egli crede di avere precedenza sul suo Prossimo, ovvero su tutti.

Un esempio pratico: se un autista distratto si è fermato per fare attraversare una mamma con figli e sacchi della Coop a seguito, e a causa di questa grave debolezza si è formata una coda di macchine, Gastone se ne fotte. Con un colpo di reni (grazie a dio ben bilanciato da Moby, altrimenti Gastone formerebbe ora un grazioso fregio sullo spigolo dell’edificio prospicente la manovra) egli evita la coda, la sorpassa senza modificare la propria velocità, si infila fra la mamma – paralizzata dall’orrore – e il sacchetto delle verdure (che essendo di quella nuova sostanza biodegradabile che sa di popcorn si sfalda subito a causa dello spostamento d’aria), e prosegue il proprio cammino come nulla fosse.

Al semaforo, Gastone si infila fra le macchine, decora gli specchietti laterali con pregiate incisioni, e si piazza davanti a tutti sulla linea bianca. Se ci sono altri scooteristi, si infila fra di essi, altrimenti va direttamente sulle strisce pedonali, accomodandosi fra vecchine e passeggini. Dopodiché si accende una sigaretta, compone un numero di telefono e si infila il cellulare fra orecchio e casco. Quando scatta il verde, Gastone ha incastrato momentaneamente la sigaretta sulla leva del freno, e, mentre grida al vivavoce, sta cercando un indirizzo sul suo telefono intelligente (1). Gli scooter sono intanto tutti partiti, a parte altri due che si stanno sfidando a battaglia navale via dente-blu (2), la prima macchina è una Simca 1000 con al volante una vecchina, che sconcertata attende. Quelli dietro, che la sanno lunga e sono un po’ più navigati, attaccano a suonare tutto il loro disappunto. Gastone a questo punto perde le staffe: con una manata fa volar via il cicchino, congeda l’interlocutore telefonico con un secco “scusa, non hai idea di che stronzi ho dietro al culo”, re-incastra il cellulare fra orecchio e casco, si gira, manda affanculo la vecchina chiedendole – bicipiti al vento – cosa cazzo voglia (omettendo il congiuntivo – va detto), dopodiché sgassa e riparte.

Ora: avete mai visto tanta crudeltà – chiederebbero in un film di Mel Brooks?

Il fatto è che Gastone sa che il traffico di Firenze senza di lui collasserebbe in un attimo, ed in virtù di questa Conoscenza egli se ne fotte. Inoltre, nel caso ci fossero residui di perplessità circa tale atteggiamento, egli è più veloce, e dunque si sbriga prima, e non ha senso che aspetti.

Nessuna amministrazione fiorentina sino ad ora – sorprendentemente nemmeno l’ottimo Renzi che è bravissimo, nuovissimo e pieno di innovative idee (ad esempio tenere aperti i negozi il primo Maggio: ci avevate mai pensato voi? Io no: incredibile il Renzi), dicevo nessuna amministrazione comunale si è presa in alcun modo la briga, infatti, di pelare l’odiossissima gatta che è il traffico a Firenze, imponendo qualche iniziale misura impopolare – rischiando dunque, ma applicando un’idea politica almeno – per poi bearsi di un sistema, tipo quello Viennese, in cui non conviene pigliare la macchina, semplicemente. Da qui si potrebbe misurare con un grado piuttosto accurato l’incapacità e la pochezza dei politici della città del Rinascimento, ma insomma, non divaghiamo.

Questa attitudine di Gastone, purtroppo, non si limita alla sola guida. Ma anche qui, nessuno si è preso la briga di pelare questa gatta.

A Vienna, guidare è un’esperienza diversa. Ho trovato stranissimo percepire, in modo sempre più completo, come il traffico sia un habitat con molteplici dimensioni, che differiscono dal “tuo” traffico in sfumature e aspetti più corposi. Pensavo che fosse più semplice, tipo “a Vienna il traffico è più ordinato”, e banalità del genere.

In Austria, comunque, ho trovato, in strada e non, un’attitudine algida ma positiva – o forse rassegnata, chissà – nei confronti del prossimo. Se ti fermi in mezzo alla strada con la macchina (hai forato, ti si è spenta, t’è venuta voglia di fare una sveltina con chi ti sta accanto: quel che volete), la gente non suona quasi mai. Aspettano pazienti, e se vedono che va per le lunghe, al massimo cambiano corsia e proseguono signorili, senza sbracciarsi fuori dal finestrino, gridando improperi. Semplicemente pensano che, se stai rompendo loro i coglioni, tu lo faccia per un motivo serio, per un ottimo motivo che merita la loro comprensione, e mai che tu ti stia facendo beatamente i cazzi tuoi.

Se in Austria ti stai facendo i fatti tuoi sul marciapiede, vedi di farlo lontano dalle strisce. Automobilisti, camionisti, scooteristi e motociclisti, infatti, si immobilizzano senza indugio in prossimità degli attraversamenti pedonali, se un pedone minaccia, anche solo vagamente, di attraversare. E aspettano finchè l’intera operazione non è terminata. Nel caso tu indugi, ecco, magari in quel caso sì, dopo un cinque minuti ti fanno un colpetto di clacson, così che tu sappia (magari lo ignori – a me è capitato) che loro stanno aspettando che tu attraversi, e che se non vuoi attraversare, basta che tu ti allontani dalle strisce, altrimenti loro devon star lì. Certo, poco elastici, ma volete mettere la bellezza di attraversare la strada sulle strisce senza guardare?

Un altro piccolo particolare: in Italia scatta prima il verde per le macchine, e poi quello per i pedoni. In questo modo, il pedone che vuole attraversare è costretto ad aspettare che le macchine che svoltano siano passate, perché son partite prima di lui. In Austria è il contrario, così che le auto e gli scooter che devono girare, trovano già una fila di pedoni che, seraficamente (e secondo me anche un po’ strafottenti), attraversano, e devono aspettare loro.

Insomma, si ha la sensazione che il più “forte” debba dare la precedenza al più “debole”, ovvero più veloce vai, meno hai bisogno di precedenze.

Come il buon Gastone. Uguale.

l'immagine non è proprio pertinente, ma insomma, è carina!


(1) smartphone egli lo chiama.

(2) bluetooth, in inglese nel testo.

August 21st, 2011

Un Dudero è per sempre

2 Comments, Mail - di fretta, by enrico.

Ci siamo sempre dichiarati contro la globalizzazione, contro le multinazionali che ci volevano tutti uguali, dal Polo Nord all’equatore. Ci hanno chiamati, con disprezzo, no-global, quasi fossimo contro l’evoluzione della specie. In realtà eravamo, e siamo, per la difesa delle diversità di questo nostro vecchio mondo.
Ecco, dopo il necessario pippone introduttivo, confessiamo i nostri peccati. Ieri, di ritorno da un piacevole viaggio “on the road” tra Asturie e Cantabria, ho notato nella periferia di Oviedo il noto marchio di una famosissima multinazionale svedese. Fermarsi è stato un attimo, e dopo cinque minuti era come essere a Sesto Fiorentino. La disposizione del negozio era identica, persino l’odore sembrava uguale, nel bar venivano servite le stesse cibarie e anche il caos era simile. Devo ammettere che era tutto molto rassicurante.
Vivere all’estero significa anche doversi abituare a spazi domestici differenti (lo so, la mente di ogni lettore corre già verso quel sanitario ancora così tragicamente poco diffuso al di fuori del Bel Paese). Nell’ultimo decennio la nota multinazionale svedese ha contribuito rendere più omogenee le estetiche di case tra loro distanti migliaia e migliaia di chilometri e oggi fa un certo effetto vedere lo stesso divano in un appartamento di Siviglia ed uno di Helsinki. Nomi esotici come Grankulla, Benno o Pöang sono così entrati nel lessico comune.
Ed è stato in quel tempio vichingo del consumismo che Il nostro novello esule no-global non ha saputo resistere alla tentazione. Dudero è una semplice ed economica lampada, la sua luce è soffusa, non è particolarmente bella. Ma se Dudero c’è anche nella casa che si è lasciata, allora quell’oggetto assume un valore quasi affettivo; ed è forse proprio qui che la globalizzazione vince su tutto e su tutti.

PS, nota a margine. Ho notato con soddisfazione come non esistano grandi differenze tra italiani e spagnoli nell’affrontare la multinazionale vichinga. Entrambe le tipologie di “homus latinus” credono che le proprie autovetture, anche se si tratta di Mini o di Cinquecento, abbiano la capienza di un frugoncino. Questo tenace rifiuto delle più elementari leggi della fisica dimostrano quanto splendidamente anarchiche siano le popolazioni che affollano le sponde del Mediterraneo!

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August 16th, 2011

Papaboys?…..grazie, anche no

1 Comment, Mail - di fretta, by enrico.

L’autore della sezione spagnola di questo blog sta passando alcuni giorni di meritato riposo nel nord della penisola iberica. Mi ero riproposto di andare in vacanza anche dal blog, purtroppo non è stato possibile.
Oggi, dopo una camminata ricca di insuccessi, con la mia compagna di viaggio abbiamo deciso di darci “a’i culturale”. Le montagne dove ci troviamo sono conosciute per due motivi: la bellezza della natura ed essere state uno dei punti dai quali è partita la cattolicissima reconquista della Spagna dai cattivi e brutti “mori”.
Per questa seconda particolarità la zona è ricca di chiese e conventi. Ci siamo quindi diretti verso uno dei tanti luoghi di culto per fare il nostro buon lavoro di turisti. Appena giunti abbiamo notato un’insolita presenza di ragazzini con magliette della nazionale argentina di calcio. Entrando in chiesa abbiamo capito: l’edificio era gremito di giovani entusiasti che cantavano incitati da un sacerdote altrettanto entusiasta, una via di mezzo sudamericana tra Jerry Calà e lo chef Tony. La Spagna è in queste settimane invasa da orde di giovani che nel fine settimana marceranno (proprio come i loro antenati reconquistadores) su Madrid per incontrare il Papa tedesco in occasione dell’annuale “giornata mondiale della gioventù”. Sorvolando sugli effetti collaterali che comporta avere migliaia di adolescenti un pò ovunque (tutti lo siamo stati, e tutti ricordiamo i problemi relazionati con la sudorazione durante quel periodo, basti aggiungere che l’agosto spagnolo suole essere un mese particolarmente caldo….),quei ragazzini con la maglia di Maradona che cantavano a squarciagola ringraziando chi sarebbe morto in croce anche per loro, mi hanno ricordato che sono in queste bellissime montagne per vivere la loro natura e non per fare il turista.
Buona notte e buona camminata laica a tutti.


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