La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

April 25th, 2012

Gioventù partigiana

No Comments, Santander, by enrico.

25 aprile 2012

Oggi, come facevo da qualche anno a questa parte, non posso festeggiare per le strade pistoiesi, ed è un peccato, l’altra cosa che non posso fare è chiamare mio nonno per ringraziarlo per quello che ha fatto quando era ancora un ragazzo, e questo è un peccato incommensurabilmente più grande. Questo pomeriggio ho lezione, ho sistemato il corso in modo da dover parlare proprio oggi della Resistenza, non è molto, ma sarà il mio modo di celebrare questo ventoso 25 aprile santanderino.

In Italia, negli scorsi giorni si è parlato di alcuni manifesti neofascisti nei quali si “scimmiottava” il celebre verso di una canzone di Francesco Guccini. Il riferimento non è casuale. Sono infatti anni che, in una interessata convergenza tra riabilitazione dei vinti e demonizzazione dell’antifascismo, si sta portando avanti un processo di progressiva delegittimazione della lotta partigiana.  Uno dei cardini attorno cui si sviluppa questo revisionismo  è quello della gioventù: da metà anni Novanta, con il beneplacito di buona parte delle forze politiche, si è infatti cominciato a parlare dei “Ragazzi di Salò”. Volendo così quasi “giustificare” la scelta di sostenere l’ultimo fascismo, quello forse più cupo e violento, con l’ardore tipico dell’adolescenza. Mai immagine è stata così storicamente sbagliata: coloro che scelsero Salò (e i “ragazzi” furono solo una piccola minoranza), scelsero il conformismo, scelsero le sicurezze del mondo in cui erano cresciuti, scelsero un progetto politico e sociale che prevedeva l’annientamento dei nemici e che aveva ormai ampiamente dimostrato le sofferenze che portava con se.  Molto spesso chi fece la scelta di Salò non ebbe, semplicemente,  il coraggio di farne un’altra. Paura, conformismo e indifferenza fanno parte dell’animo umano e non sta certamente agli storici dare giudizi di carattere morale ma, per favore, non chiamiamoli eroi, questo si che è inaccettabile.

Non dimentichiamoci poi che la violenza fu per il fascismo di Salò il marchio distintivo, mentre per i partigiani si trattò, nella maggior parte dei casi, dell’ultima opzione possibile. “Senza fare di necessità virtù” ha intitolato le proprie memorie il recentemente scomparso Rosario Bentivegna, una frase che è la sintesi perfetta di tutta una generazione di antifascisti costretta, a partire dall’autunno del 1943, alla clandestinità e alla lotta armata.

Tra il 1943 e la primavera del 1945 gli eroi (giovani e belli) non furono quindi quegli uomini di nero vestiti lugubremente passati in rassegna dal gerarca fascistissimo Alessandro Pavolini (a propos, consiglio la lettura del bel libro scritto dal nipote), ma furono gli altri e le altre che seppero scegliere ciò che non conoscevano. Un ignoto a cui chiedevano solamente (si fa per dire) un mondo diverso da quello in cui erano stati costretti a vivere sino ad allora. La bellezza di quei giovani sta proprio in questa loro scelta, nella sua incertezza; una scelta che li avrebbe portati, ma ancora non potevano saperlo, ad essere i nostri eroi.

Nonno, ciao ancora una volta

April 6th, 2012

Loro sono armati: di manico

No Comments, No man's land - in viaggio, by giacomo.

Bossi se n’è andato, ha lasciato la guida del partito più vecchio attualmente in vita nella scena politica italiana, che teneva saldamente, o nelle proprie o nelle mani della sua famiglia, da due decenni.

Esce di scena un personaggio rozzo, nei modi e nel pensiero, un ottimo esemplare della nuova classe politica italiana, seppure con particolarità tutte sue. Un gran furbone, con un fiuto che ha permesso ad un partito che si regge su tutto e su nulla di sostenere gli sconquassi degli anni, e uscirne vivo, dopo che tante volte fu dato per spacciato. Un uomo che ha saputo cucire un elettorato quantomai disomogeneo, e se l’è tenuto stretto per anni, passando con disinvoltura da una promessa all’altra, tutte – dico tutte – disattese, senza mai esser riconosciuto come cialtrone farabutto qual è.

Indipendenza, secessione, federalismo, federalismo fiscale, puoi ancora indipendenze, poi annessione, secessione, etc etc. Sono stati al governo per praticamente un decennio, e non l’hanno fatta. Eppure l’elettorato è convintissimo che sia per colpa degli ‘altri’ , il leit motiv che accompagna ogni problema in Italia d’altra parte.

Come dimenticare poi l’uscita geniale del dialetto? A sbraitare che bisognava insegnare il dialetto a scuola, che in padania bisogna parlare il dialetto. Poi s’accorsero che un militante triestino ed un militante piemontese non riuscivano a capirsi, se parlavano in dialetto, con grave danno per l’immagine della granitica padania, unita contro il turco Meridionale, e la cosa cadde lì. Idea per altro assolutamente interessante: io appoggio pienamente l’idea di difendere le identità culturali locali, di promuovere lo studio e il parlare dei dialetti: un dialetto che sparisce è una ferita, un pezzo di cultura che perdiamo, e non va bene. Il problema è che dietro la Lega, se mai ci fossero stati dubbi, alla fine idee non ce ne sono. Ci sono soldi, tanti, e come dovunque in Italia, dove ci sono soldi, arrivano i faccendieri, gli sciacalli, i farabutti, la criminalità organizzata. E come sempre, nessuno gli sbatte la porta in faccia, nemmeno alla Lega, da sempre contro i cattivi.

Bello poi l’epilogo, in stile Italiano, con Maroni, il fedelissimo amico, con cui Bossi ha condiviso mille battaglie, che mi dà l’impressione – ma sicuramente sono io maligno – che abbia saputo sfruttare il ruolo che ha ricoperto di ministro dell’interno, e guarda caso scoppia il bubbone, e Bossi se ne deve andare. E penso alla tristezza di questa gente. Due colleghi, che lavorano insieme per anni, che fanno – appunto – mille battaglie insieme, lottano, condividono, e poi la cosa finisce così, con la classica coltellata alla schiena.

Ma è proprio necessario che in politica debba valere la legge della giungla? Che per forza ci debbano essere lotte all’ultimo sangue? Che non ci possano essere amicizie o ideali, che alla fine finisca sempre tutto a schifìo?

Vediamo ora che succederà, se ne va Berlusconi, e poco dopo le segue Bossi – d’altra parte doveva succedere, no?

Nel frattempo uno splendido Bersani trova l’accordo sulla legge elettorale con Alfano e Casini, una legge che mantiene nelle mani dei farabutti di cui ci lamentiamo tutti – in primis gli elettori del pd – la possibilità di decidere i candidati (così avremo ancora un bello stuolo di pompinare, faccendieri, farabutti, mafiosi e quant’altro ad affollarsi ai banchi di Montecitorio, altri Scilipoti estratti dal cilindro del genio Di Pietro: sono ansioso di risentire qualcuno che ritiri fuori la storia che Prodi lo fece cadere Bertinotti, così parliamo un po’ dei confini fra dabbenaggine e buonsenso. La capacità di saper leggere il presente ed il futuro della classe dirigente del pd resta comunque, per me, motivo di tranquillità: il suo stolido perdurare mi fa sentire sereno, sicuro, un po’ com’era con Dalla. Ogni tanto accendevi la tv o la radio e c’era lui, e tu ti ripetevi: “Le cose importanti stanno ancora tutte al loro posto”

Bossi lo amo ricordare così, come lo definisce un mio caro amico quando non ne può più e sbotta: “handicappato di merda”

Uno splendido Bossi

March 26th, 2012

Il mare che non c’è più

No Comments, No man's land - in viaggio, by giacomo.

Quand’ero piccolo il mio libro preferito era l’atlante. Fra i mille luoghi che mi attraevano, c’era un posto che mi affascinava molto, un lago immenso, che ricordava vagamente una mela con picciolo e fogliolina. Le sue acque, anziché in azzurro come tutti i mari ed i laghi normali, erano di un rosa sporco: il mare di Aral, grande pressappoco come il lago Vittoria, ma molto più affascinante ai miei occhi.

Non so per quale motivo quel lago mi abbia sempre attirato: saranno state le acque salate, rese negli atlanti in rosa o con dei puntini, che lo rendevano speciale e simile ad un mare; forse quel suo esser sperduto in zone aride, nel mezzo dell’Asia.

Recentemente ho visto una foto satellitare del lago d’Aral, e sono rimasto di stucco. Anzitutto non è più un lago, ma sono due, divisi da una dorsale bella dritta. E seconda di poi, è grande nemmeno un terzo di come lo sapevo grande io, di come me l’avevano sempre dipinto l’atlante – anzi gli atlanti – e la varie cartine che avevo visto.

Wikipedia mi ha svelato la catastrofe: tutti presi dalla frenesia e dal delirio di onnipotenza (che li aveva spinti ad esempio a mettere a coltura in soli tre anni una superficie grande come l’Italia, per la prima volta nella storia, nelle steppe centroasiatiche) i sovietici avevano deciso di usare l’acqua degli immissari del lago per irrigare i terreni circostanti, strappati alla steppa e avidi d’acqua. La colossale opera – fu chiaro fin da subito – avrebbe prosciugato seriamente il lago. I sovietici pensarono che in questo modo avrebbero corretto un grossolano errore della natura, che aveva messo un inutile lago salato, le cui acque erano inadatte a scopi agricoli, in mezzo alle palle del gigante: meglio così, al posto del lago sarebbe rimasta terra fertile, e le terre circostanti sarebbero divenute rigogliose grazie alle acque sottratte al lago.

Sfortunatamente non andò esattamente così. Il lago si è quasi prosciugato, è vero. Ma al posto è rimasto un deserto di sale, nella cui crosta sono intrappolate migliaia di tonnellate di pesticidi e fertilizzanti restituiti dai campi sovietici, pompati come atleti della DDR per sfamare la fame del PCUS. E la desolante e desolata landa è velenosa anche per l’area circostante, perché i venti strappano le sostanze nocive al sale, e le portano come polvere in giro.

Ora del porto della città di Aral, che ancora dà il nome a quel che resta del mare di un tempo, restano i moli, strane impalcature nel niente, e qualche vecchio peschereccio appoggiato su di un fianco.

Ebbene, ogni volta che penso al lago d’Aral, mi vengono in mente le parole desolate di Lucio Dalla in “Com’è profondo il mare”:

 

[...]
Certo
Chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare

Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare

 

February 21st, 2012

Anatomia di un video

1 Comment, Santander, by enrico.

 

Da ieri sera circola in rete questo video. È stato girato a Valencia nel corso delle violenze seguite da un intervento sconsiderato della polizia contro alcuni studenti medi che stavano pacificamente protestando contro i tagli all’educazione del governo regionale. Una delle polizie più brutali d’Europa ha ieri fatto mostra di una violenza gratuita, irrazionale; una violenza che, come in questo caso, quando viene esercitata dallo stato o da dei suoi rappresentati fa ancora più paura. Ieri sera, al termine di una giornata folle, circa 400 giovani hanno trovato rifugio nella Facoltà di Storia e Geografia poco distante dal centro degli scontri e solo l’intervento di una professoressa ha evitato che l’edificio venisse letteralmente “assaltato” dai supposti tutori dell’ordine.

In quel caos, tra le decine di video che sono subito cominciati a girare sul web la mia attenzione si è fermata su questi 37″ che ci dicono molto della nostra contemporaneità e dei suoi problemi. La violenza con cui l’agente spinge le due ragazzine verso l’auto non può neanche essere commentata, in quella spinta c’è molto sia della Spagna sia dell’Europa di questo inizio 2012. In quel gesto c’è tutto un continente reso più cattivo da una crisi che non solo sta allontanando greci e tedeschi ma che sta soprattutto spaccando le nostre società dall’interno. In quel gesto ci sono tutte le responsabilità degli irresponsabili che ci governano e che ci hanno governato, c’è, molto probabilmente, il fallimento di un intero modello di convivenza.

Nelle grida soffocate delle due ragazze c’è tutta l’impotenza di chi questa situazione la sta subendo, di chi non ha colpe ma che è costretto, suo malgrado, ad interpretare l’unico ruolo concessogli: quello della vittima. Quel gesto, la rincorsa che prende l’agente sembra lasciare poche opzioni;  ad una violenza come quella pare si possa rispondere solo con altra violenza, le mani, vedendo quei 37″, prudono e prudono tanto…..

È sempre più difficile, ma dovremmo ancora provare a seguire l’indicazione di qualcuno che purtroppo non c’è più, di qualcuno che, dall’altra parte del Mediterraneo, ci invitava a restare umani.

 

Oggi gli amici di Valencia stanno manifestando impugnando solo dei libri, forse qualche speranza c’è ancora.

January 29th, 2012

Goodbye and good luck

No Comments, Vienna, by giacomo.

Era da un pezzo che paventavo questo momento, e purtroppo è arrivato: Oscar Luigi Scalfaro se n’è andato.

Tante se ne sono dette, tante se ne diranno su di lui. Per me è stato un presidente della repubblica formidabile. Ed è stata anche una lezione di politica, anzi, una serie di lezioni.

Era un cattolico di destra/centro-destra, dunque politicamente avevamo ben poco a che spartire. Oggigiorno è impensabile: nei casi “migliori”, chi è dall’altro lato la pensa in modo diametralmente opposto, e dunque non c’è niente in comune; nei casi “peggiori”, una volta che hanno il culo sulla poltrona son tutti uguali e pensano solo a magnare. Però su un punto – in una democrazia normale – non si dovrebbe discutere: la Costituzione. Se si gioca insieme, le regole le si scelgono tutti insieme, in un circolo virtuoso in cui, confrontandosi e lavorando, si trovano i valori che ci accomunano, le cose in cui si crede, e in quella cornice si gioca. Questo vuol dire che chi appartiene ad un partito diverso è un avversario, persona degna, da rispettare, e non un nemico. Io con Scalfaro ho condiviso la passione per la Costituzione, che me lo ha fatto incontrare nel 2005, a Roma: una mattina memorabile.

Era il presidente dei comitati per la difesa della Costituzione durante il periodo in cui la maggioranza di centro-destra cercava pesantemente di modificare la Costituzione a favore dei poveri e dei derelitti. Per fortuna, gli andò buca, non grazie ai partiti di centro-sinistra, va detto: mi feci tutta la campagna, e si videro solo alla fine. Ma proprio alla fine. Per altro il primo ministro ai diessini non dispiaceva affatto. Comunque: Scalfaro quel giorno era di ottimo umore, affabile, scherzoso. Andando avanti con la riunione, approfittando della platea ristretta, raccontò i retroscena della crisi del primo governo Berlusconi, e di come gestì la cosa.

Berlusconi andò da lui e fece tre richieste. Non ricordo con esattezza quali fossero, una di sicura erano le elezioni anticipate. Anticipatissime, visto che erano passati solo sei mesi, e di andarci con il suo governo in carica. Scalfaro raccontò di come ebbe chiarissimo, in quei brevi secondi, che se avesse detto anche solo un sì, Berlusconi sarebbe riuscito a strapparglieli tutti e tre. L’Italia nel frattempo era in crisi nera, c’era grande sfiducia nelle istituzioni, c’era stata tangentopoli; come presidente della repubblica doveva cercare di scongiurare il ritorno alle urne in tutti i modi. Berlusconi incalzò: “Forse non mi hai sentito – le prime cariche dello stato per prassi si danno del Tu, come ci spiegò lo stesso Scalfaro vedendo i nostri occhi strabuzzati – ti ho fatto tre richieste…”. A questo punto Scalfaro lo interruppe e rispose:

“Alle tue tre richieste, rispondo tre no.”

E poi, confessò Scalfaro senza la minima vanteria, quasi vergognandosene, fece un bluff magistrale, interpretando con spregiudicatezza il suo ruolo (anche alla luce della sua conoscenza dello Stato, aggiungo io). Puntò sul fatto che Berlusconi non conoscesse tutte le prerogative e i poteri del capo dello stato, e gli fece credere di averne molti più di quanti ne avesse, e insieme gli fece una proposta che – a suo dire – mai nessun presidente avrebbe dovuto fare, ovvero che avrebbe proposto di formare un nuovo governo alla persona che Berlusconi gli avesse indicato (mai sentito parlare di Lamberto Dini?). Berlusconi, che invero ignorava gran parte delle norme della democrazia parlamentare italiana, alla fine accettò, come la Storia ci insegna, ma credo che, appena sceso dal colle, i suoi collaboratori gli abbiano fatto notare come fosse stato turlupinato – peraltro per la seconda volta (la prima era stato per Previti) – da Scalfaro. Da qui, malignamente, credo derivi gran parte dell’astio del centrodestra nei confronti del Nostro, checché ne dicano. E li capisco anche.

Ricordo a tal proposito una tribuna politica, in cui c’era Scalfaro e Sacconi. Quest’ultimo si lasciò un po’ troppo andare a fare il teatrino, e Scalfaro gli disse, con molta dolcezza, qualcosa come: “Maurizio, siamo stati compagni di partito [la DC N.B.] per tanti anni, non c’è bisogno di far finta di non conoscersi e di darsi del Lei”. Sacconi reagì da essere indegno qual è, rinfacciandogli la condanna a morte che Scalfaro firmò a guerra appena finita. Scalfaro accusò il colpo, tornò in un attimo quel vecchio che era, e stette zitto, visibilmente ferito. In quel momento, conoscendo la storia per averla sentita raccontare da Scalfaro stesso (a me personalmente, per altro), quasi mi commossi per la profonda pena che provai, e dalla rabbia e il disgusto per il colpo basso di Sacconi.

Scalfaro fece benedire, quando ne era presidente, la Camera dei Deputati, fatto che ritengo gravissimo. Eppure la stessa persona, anni e anni dopo, quando la CEI si espresse su un referendum (o qualcosa del genere), disse che i Vescovi sono persone eccellenti, ma che essendo fuori dalla Costituzione della Repubblica, farebbero bene ad occuparsi di religione, e non della politica italiana. Io credo che, diversamente da molti altri, si sia evoluto, nel tempo, come politico e come uomo. La differenza fra Scalfaro e Capezzone, ad esempio, è che quest’ultimo ha cambiato idea per avere più potere. E come lo stesso Scalfaro disse: “Ricredersi e cambiare pensiero è un atto di intelligenza e di dirittura morale. Se un ministro democristiano diventa comunista rifiutando posti di potere io lo rispetto. Ma chi cambia idee e acquista potere certamente è un opportunista”.

Nel 2007, in un periodo di grande sfiducia nella politica, un giorno mi imbattei in una legge che voleva modificare la Costituzione, cercando di aumentare il quorum necessario per modificare la Carta stessa (e dunque mettendola al sicuro da colpi di maggioranza, come fece il centrosinistra per il titolo V). Vado a vedere, e il primo firmatario era Scalfaro. Presi carta e penna, e gli scrissi, dicendo subito che ci separavano abissi politici, ma ringraziandolo per quella proposta di legge e per aver “salvato il paese da quella manica di farabutti che dissennatamente il popolo italiano” aveva eletto nel ’94, esprimendogli la mia gratitudine per la sua presenza in un desolante panorama politico, e il mio sconforto e disamore alla politica.

Dopo qualche settimana, un giorno, a pranzo con i miei amici-colleghi, mi telefonò mio padre.

“Giacomo, oggi sono venuti due questurini a cercarti a casa tua, non c’eri, hanno sentito la vicina di sopra che ha fatto chiamare me: gli ho dato il tuo cellulare, ti scoccia?”.

“Pà, ormai ha poca importanza se mi scoccia o meno, ma che volevano?”

“Mah, non saprei, dice che non era niente di brutto”

“Avranno ritrovato il cellulare di Paola, certo strano che ti vengano a cercare a casa…”

Un po’ interdetto racconto la cosa ai colleghi. Dopo pochi minuti una telefonata, un numero a me ignoto compatibile però con i numeri in zona via Zara.

Rispondo.

“Salve, è la Questura di Firenze, parlo con Giacomo Trombi?”

“Si”. Nel frattempo il mio collega M. chiedeva, a voce non troppo bassa, “Ma che cazzo hai combinato?”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro” – a metà strada fra una domanda ed una affermazione

“….si…” (porca puttana – penso nel frattempo – me l’hanno intercettata)

“Il presidente Scalfaro avrebbe piacere di parlarle, e chiede se può telefonarle sul suo numero di telefono privato”

“….scusi?…”

“Il presidente Scalfaro ci ha chiesto di rintracciarla per chiederle se può chiamarla al suo cellulare” ripete divertita la signorina.

Balbetto che ovviamente mi farà un grande piacere, e da lì passa l’appetito e tutto il resto.

Più tardi, in ufficio, squilla nuovamente il cellulare: un numero di Roma.

Solita trafila:

“Pronto, è la segreteria del Presidente Scalfaro, è il signor Giacomo Trombi?”

“Si”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro?”

“Si”

“Aspetti un attimo, le passo il Presidente”

 

 

 

“Sono Scàlfaro…”.

 

 

La lunga telefonata, che si svolse per parte mia nel torrido cesso – un posto di sicura privacy - in cima alla piccionaia di Agraria, in un torrido Agosto, fu semplicemente meravigliosa.

Per prima cosa si scusò per avermi fatto chiamare sul mio numero privato. Poi mi ringraziò più e più volte per la lettera, a suo dire troppo lusinghiera nei suoi confronti. Poi cominciò a raccontare. I primi anni della politica, l’episodio terribile della condanna a morte che dovette firmare – la legge era semplicemente, purtroppo quella, anche se poi fu amnistiato –  una grande e profonda crisi che ebbe nel primo dopoguerra, quando gli sembrò che tutto fosse ancora marcio, che nulla fosse cambiato, e durante il quale avesse pensato di mollare tutto. Poi ancora ringraziamenti, mi chiese che facevo. Mi salutò mandandomi un abbraccio. Qualche tempo dopo mi arrivò un suo libro sulla Costituzione, con la dedica scritta di suo pugno.

Non capii subito per quale motivo mi avesse telefonato. C’è chi dice per ringraziarmi, c’è chi dice perchè era un vecchio che non aveva un cazzo da fare e questurini a disposizione, c’è chi dice perchè era un signore, c’è chi dice perchè era un democristiano. Dopo non poco tempo ho capito, un po’ come François Pienaar in “Invictus”, dopo il primo incontro con Mandela, quando la sorella gli chiede “Allora, che voleva?” e lui, dopo qualche minuto, illuminato, capisce e risponde “Credo che voglia che vinciamo il campionato del mondo”. Allo stesso modo ho capito io, raccontando la cosa a gente semisconosciuta sulle gradinate di santambrogio una sera d’estate di qualche tempo dopo, per quale motivo Scalfaro mi abbia chiamato: per dirmi di non farmi prendere dallo sconforto, di non abbandonare le mie responsabilità, di non abbandonare la lotta. Perchè anche se sembra che tutto sia uno schifo, non possiamo permetterci il lusso di mollare tutto.

Potrete dire quello che volete su Scalfaro, e magari avete anche ragione. E magari aveva ragione anche chi, malignamente, ha detto che mi ha telefonato perchè si annoiava.

Resta il fatto che un ex presidente della repubblica si è preso la briga di telefonarmi per dirmi di non perdere la fiducia e di non darmi per vinto. Quando mi impartirete una lezione di vita di questo livello, vi ascolterò volentieri.

 

Grazie, presidente, e buona fortuna

January 27th, 2012

Il giorno della memoria

3 Comments, Vienna, by giacomo.

Pochissimi anni fa i sovietici aprirono i cancelli di Auschwitz, spalancando l’abisso di fronte all’umanità.

L’umanità ha scelto la via più comoda, e da allora i Tedeschi sono i Cattivi, gli altri no, o comunque meno.

Ogni anno cerco di ricordare a me stesso che potevo essere io, uno di quegli aguzzini. Non importa quale ruolo ricoprissi: dall’ufficiale che eseguiva gli ordini, al prigioniero politico tedesco che faceva il kapo, alla casalinga che non sentiva l’odore agrodolce dei camini poco distanti, allo studente che prendeva a sassate la vetrina del giudeo. Sarei benissimo potuto essere uno degli aguzzini. Non raccontiamoci fole: il problema dei tedeschi, anzi, i due problemi dei tedeschi sono (i) che fanno le cose per bene e (ii) che hanno fiducia nell’autorità. Ed è per questo che alla fine gli Italiani, che pure di porcherie atroci ne hanno fatte, e che fascisti sono stati, ne sono usciti tutto sommato bene, a tarallucci e vino, come al solito.

L’orrore dei campi di concentramento nazisti non è qualcosa da contemplare dall’alto della nostra coscienza pulita, dal caldo dei nostri salotti, ripetendoci “io non lo avrei mai fatto”: è uno schifo nel quale dobbiamo immergerci, del quale non dobbiamo avere paura, che solo dobbiamo combattere.

A versare la lacrimuccia siamo tutti buoni, e non costa nulla.

Prima di tutti, vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht

 

January 24th, 2012

Dal profondo del cuore

2 Comments, Santander, by enrico.

Oggi Michel Martone, improponibile ed inappropriato viceministo del lavoro, se n’è uscito dicendo che chi si laurea dopo i 28 anni sarebbe uno sfigato.

Da qualche tempo seguo le vicende di questo insopportabile personaggio. Lo incrociai la prima volta un paio di anni or sono ospite di qualche noioso talk show italico e subito mi colpì, oltre che per alcune proposte economiche aberranti, tanto per quel nome odiosamente francofono quanto per un atteggiamento da primo della classe fuori luogo. Il bel Martone, con quella sua barbetta volutamente trasandata e con quell’occhialetto che rimandava a Gramsci, faceva della sua giovane età l’arma principale; insomma non mi rimase simpatico.

Nel corso del tempo l’ho rivisto, l’ho risentito e il mio giudizio non è certo migliorato. Poi qualche me fa me lo trovo nominato viceministro; dopo aver fatto qualche ricerca per conto mio, un paio di giorni or sono mi sono imbattuto in un interessante articolo dell’Espresso che dipingeva il nostro bel ragazzo alla perfezione.  Eccolo lo sapevo,  secondo le mie ricerche lo avevo potuto solo ipotizzare ma ora ne ho finalmente le prove: quei vestiti  che ti sei cucito addosso, dal giovane professore universitario al rampante viceminstro, sono solo il frutto della cara, vecchia e affidabilissima italietta. Tutto torna, non ci sono sorprese: il babbo amico delle persone giuste, dal prof. che ci “da” il posto ai ministri più in voga, e una innegabile faccetta di cazzo in questo Paese valgono più di molto altro.

E poi oggi oggi se ne esce co’ sta storia degli “sfigati”……e allora non ci ho visto più.

Quindi, a nome sia di chi suda la laurea magari dovendo lavorare per pagarsi gli studi sia di chi si trova a fare ricerca all’estero quando vorrebbe starsene a casina, ti dedico questo video, dal profondo del cuore

 

 

January 23rd, 2012

Sfida all’OK Corral

No Comments, Vienna, by giacomo.

Luogo: un incrocio viennese (Brückengasse/Gumperdorferstrasse/Stumpergasse).
Io: in auto.
Lui: a piedi.
Io: determinato a ricordarmi che in Austria i pedoni sulle strisce hanno la precedenza. E tanta paura di sbagliare.
Lui: elasticità mentale di un bue muschiato.
Io: sto superando un incrocio fatto in modo un po’ sbilenco.
Lui: sta davanti alle strisce.
Io: mi fermo per farlo passare e lo guardo.
Lui: non passa e mi guarda.
Io: lo guardo.
Lui: accenna appena al semaforo dei pedoni, che è rosso.
Io: guardo il semaforo dei pedoni.
Lui: resta immobile.
Io: capisco e indico il semaforo dei pedoni, che continua ad essere rosso, come a dire “Ho capito, ora vado”.
Lui: sta e mi guarda come a dire “Sarà il caso”.
Io: rido e me ne vado.
Lui: resta nella ferma convinzione d’essere nel Giusto.

January 23rd, 2012

Capitani coraggiosi

2 Comments, Vienna, by giacomo.

21 anni fa, di questo periodo, moriva, dopo che mia madre l’aveva aiutato a farsi il segno della croce e dunque, in virtù di questo, serenamente, mio nonno Vincenzo. Oggi avrebbe 106 anni.
Doveva in realtà chiamarsi Guido, ma il parente o chi per lui che andò all’anagrafe si dimenticò il nome, e pensò che Vincenzo andasse benissimo.
Era l’ultimo figlio di una famiglia palermitana di capitani di marina.
Da piccolo, quando stava per cominciare la prima guerra mondiale, andava al porto a vedere i bastimenti che arrivavano, e poi andava a riferire a suo nonno, quasi cieco da tempo, che si faceva ripetere la stazza delle navi alla fonda, ripetendo incredulo cifre che, per un uomo abituato alle vele e non al vapore, non potevano essere comprese.
Mio nonno, mi concedo una licenza, recitava con serietà la sua parte, nel grande palcoscenico della vita. Era meridionale, e per questo si sentiva in dovere di essere ferocemente geloso e attaccare – letteralmente – al muro chiunque indugiasse a suo avviso un po’ troppo sulle forme di mia nonna. Era siciliano, e dunque piuttosto maschilista. Era un marinaio, e aveva amiche in ogni porto. Era capitano di marina, e dunque monarchico. Era anche uomo all’antica, che credeva nella dignità dell’uomo.
Passò il tempo, durante il secondo conflitto mondiale, ad incrociare nel mar mediterraneo. Mi raccontava, con la voce austera gelida nel suo disprezzo, di come gli inglesi passassero con la mitragliatrice i naufraghi in balia delle onde, a dispetto di tutte le leggi del mare, e di come una volta, interrogando in merito a questo un capitano anglosassone prigioniero, per l’appunto raccolto in mare, si sentì rispondere “È la guerra”. Mi raccontava di Cipro, di Creta, di Gibilterra; di come una volta avesse sentito, nel silenzio assoluto, i denti di un sottoposto che battevano forte dal terrore, mentre in una notte buia aspettavano il bombardamento, in mezzo al mare.

Che io sappia non ha mai fatto naufragio, l’unica volta in cui lo avrebbe fatto fu chiamato appena in tempo, mentre saliva la passerella di una nave che sarebbe stata colata a picco subito fuori dal porto di Palermo (nessun superstite), perché sua madre era morta. Una sorta di salvataggio in extremis, verrebbe da pensare.

Non so cosa farei io se fossi il capitano di una nave grande come un comune e tale nave stesse affondando. Non so se avrei il coraggio di restare a bordo a coordinare i soccorsi col rischio di crepare. Non so, soprattutto, se avrei il coraggio di far tutto questo dopo aver fatto un’immane cazzata, per altro concordata con la compagnia.

Non so nemmeno cosa avrebbe fatto mio nonno. Però ho alcune convinzioni. Non credo che mio nonno sarebbe passato così vicino ad un’isola. Credo però che probabilmente nemmeno la compagnia gli avrebbe chiesto di farlo per rendere felici i menefreghisti a bordo, che consumano paesaggi come fossero popcorn, e li vogliono vedere vicini. Non credo che mio nonno avrebbe lasciato la nave, la sua nave.

Oggi il senso dell’onore, della dignità di un uomo, il senso del dovere, sono tutte cose che, in Italia, sono considerate da sfigati, da perdenti, da piglianculo.

Mio nonno, con tutti i difetti che poteva avere, era un uomo che credeva nella dignità dell’uomo e nel suo onore. Per questo era capace di vegliare, già vecchio, suo nipote in vece di sua figlia stremata dalla stanchezza, e la mattina esser di nuovo pronto a farlo, e a farlo ancora, senza mostrare il minimo segno di stanchezza, come fosse la cosa più normale del mondo. Perchè, per lui, in effetti era la cosa più normale del mondo che un uomo si comportasse così.

C’è tanta voglia di eroi, in Italia, basti guardare il buon De Falco e come sia stato incensato.

Cosa lascia perplessi è  che l’italiano di oggi desidera ardentemente che l’eroe ci sia, ma che non sia lui stesso: d’altra parte perché proprio lui?

January 17th, 2012

l’evoluzione dei padroni

No Comments, Vienna, by giacomo.
garzoni

aspiranti garzoni edili in Triesterstraße

chi mi vuole per garzone
che lo voglio per padrone!

Comincia così la fiaba “I tre orfani” raccolta da Italo Calvino nel suo – splendido – “Fiabe Italiane”, che mi sta accompagnando da quando ero piccolo, e che mi sono portato a Vienna. Mi ha sempre colpito questa specie di filastrocca con cui, nella miseria nera, uno ad uno i tre orfani si immettono nel mercato del lavoro (come si dice oggi). Soprattutto le condizioni contrattuali – l’unica richiesta è: lavorare. Chiunque soddisfi questa richiesta basilare, semplice, ineccepibile, corrisponde all’idea di datore di lavoro, anzi di padrone, che il giovane desidera: non v’è menzione circa il salario, le garanzie, le ferie pagate, la maternità, la malattia. Non mi sembra un caso che la fiaba, per altro, provenga da una terra dura, aspra e bella come la Calabria.

Ogni mattina, per andare al “mio” castello (come dice Peppe “il castello di papà”) passo per la Triestestraße (dimenticano facilmente, qui), che mi conduce fuori Vienna. Lungo questo stradone sta un Obi, uno di questi grandi magazzini per il bricolage, ovvero per chi ha delle pruderie da homo faber, ma non la stoffa (tipo me). Davanti ad esso, ogni mattina che dio mette in terra, qualunque sia la stagione, la temperatura, lo stato del vento e l’umidità dell’aria, si affollano i braccianti.

Sono dai 4/5 fino a 20, ad occhio, saltellano da una gamba all’altra, si danno grandi pacche sulle spalle, si stringono nelle spalle, si alitano nelle mani. Ridono, scherzano, stanno appoggiati ad un lampione, fanno a botte, si gridano dietro, si guardano minacciosi.

Ma fondamentalmente aspettano che qualcuno li passi a prendere – ovvero dia loro una giornata di lavoro.

Condizioni contrattuali, sicurezza, sindacati, malattia, maternità: tutto questo non esiste. La capacità contrattuale di questi disgraziati consiste nel poter dire: “No grazie, per oggi resto a gelare sul marciapiede”.

Volendo continuare a metterla sul piano del “Va avanti chi ce la fa”, preoccupandosi più di non dare privilegi a chi non li merita, che di aiutare chi è più debole e più nel bisogno, non facciamo – non faremo – altro che aumentare la massa degli sconfitti, di coloro che non ce l’hanno fatta, dei deboli. E quando i deboli e gli sconfitti diventano molti, molti di più dei vincitori, dei forti e dei furbi, i ruoli si scambiano velocemente.

Per fortuna lo stato austriaco non è stato a guardare. Cosa ha fatto? Un rapido blitz con un paio di furgoni di poliziotti e due volanti – una retata vera e propria – e un bel controllo documenti, fatto lì sulla strada, ai disgraziati ad aspettare. Un gesto di elegante impotenza, come quando un bimbo grande ti fa un dispetto, e tu per la rabbia meni il primo più piccolo di te che ti si para davanti.


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