La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

April 25th, 2012

Gioventù partigiana

Santander, by enrico.

25 aprile 2012

Oggi, come facevo da qualche anno a questa parte, non posso festeggiare per le strade pistoiesi, ed è un peccato, l’altra cosa che non posso fare è chiamare mio nonno per ringraziarlo per quello che ha fatto quando era ancora un ragazzo, e questo è un peccato incommensurabilmente più grande. Questo pomeriggio ho lezione, ho sistemato il corso in modo da dover parlare proprio oggi della Resistenza, non è molto, ma sarà il mio modo di celebrare questo ventoso 25 aprile santanderino.

In Italia, negli scorsi giorni si è parlato di alcuni manifesti neofascisti nei quali si “scimmiottava” il celebre verso di una canzone di Francesco Guccini. Il riferimento non è casuale. Sono infatti anni che, in una interessata convergenza tra riabilitazione dei vinti e demonizzazione dell’antifascismo, si sta portando avanti un processo di progressiva delegittimazione della lotta partigiana.  Uno dei cardini attorno cui si sviluppa questo revisionismo  è quello della gioventù: da metà anni Novanta, con il beneplacito di buona parte delle forze politiche, si è infatti cominciato a parlare dei “Ragazzi di Salò”. Volendo così quasi “giustificare” la scelta di sostenere l’ultimo fascismo, quello forse più cupo e violento, con l’ardore tipico dell’adolescenza. Mai immagine è stata così storicamente sbagliata: coloro che scelsero Salò (e i “ragazzi” furono solo una piccola minoranza), scelsero il conformismo, scelsero le sicurezze del mondo in cui erano cresciuti, scelsero un progetto politico e sociale che prevedeva l’annientamento dei nemici e che aveva ormai ampiamente dimostrato le sofferenze che portava con se.  Molto spesso chi fece la scelta di Salò non ebbe, semplicemente,  il coraggio di farne un’altra. Paura, conformismo e indifferenza fanno parte dell’animo umano e non sta certamente agli storici dare giudizi di carattere morale ma, per favore, non chiamiamoli eroi, questo si che è inaccettabile.

Non dimentichiamoci poi che la violenza fu per il fascismo di Salò il marchio distintivo, mentre per i partigiani si trattò, nella maggior parte dei casi, dell’ultima opzione possibile. “Senza fare di necessità virtù” ha intitolato le proprie memorie il recentemente scomparso Rosario Bentivegna, una frase che è la sintesi perfetta di tutta una generazione di antifascisti costretta, a partire dall’autunno del 1943, alla clandestinità e alla lotta armata.

Tra il 1943 e la primavera del 1945 gli eroi (giovani e belli) non furono quindi quegli uomini di nero vestiti lugubremente passati in rassegna dal gerarca fascistissimo Alessandro Pavolini (a propos, consiglio la lettura del bel libro scritto dal nipote), ma furono gli altri e le altre che seppero scegliere ciò che non conoscevano. Un ignoto a cui chiedevano solamente (si fa per dire) un mondo diverso da quello in cui erano stati costretti a vivere sino ad allora. La bellezza di quei giovani sta proprio in questa loro scelta, nella sua incertezza; una scelta che li avrebbe portati, ma ancora non potevano saperlo, ad essere i nostri eroi.

Nonno, ciao ancora una volta

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