La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

January 29th, 2012

Goodbye and good luck

Vienna, by giacomo.

Era da un pezzo che paventavo questo momento, e purtroppo è arrivato: Oscar Luigi Scalfaro se n’è andato.

Tante se ne sono dette, tante se ne diranno su di lui. Per me è stato un presidente della repubblica formidabile. Ed è stata anche una lezione di politica, anzi, una serie di lezioni.

Era un cattolico di destra/centro-destra, dunque politicamente avevamo ben poco a che spartire. Oggigiorno è impensabile: nei casi “migliori”, chi è dall’altro lato la pensa in modo diametralmente opposto, e dunque non c’è niente in comune; nei casi “peggiori”, una volta che hanno il culo sulla poltrona son tutti uguali e pensano solo a magnare. Però su un punto – in una democrazia normale – non si dovrebbe discutere: la Costituzione. Se si gioca insieme, le regole le si scelgono tutti insieme, in un circolo virtuoso in cui, confrontandosi e lavorando, si trovano i valori che ci accomunano, le cose in cui si crede, e in quella cornice si gioca. Questo vuol dire che chi appartiene ad un partito diverso è un avversario, persona degna, da rispettare, e non un nemico. Io con Scalfaro ho condiviso la passione per la Costituzione, che me lo ha fatto incontrare nel 2005, a Roma: una mattina memorabile.

Era il presidente dei comitati per la difesa della Costituzione durante il periodo in cui la maggioranza di centro-destra cercava pesantemente di modificare la Costituzione a favore dei poveri e dei derelitti. Per fortuna, gli andò buca, non grazie ai partiti di centro-sinistra, va detto: mi feci tutta la campagna, e si videro solo alla fine. Ma proprio alla fine. Per altro il primo ministro ai diessini non dispiaceva affatto. Comunque: Scalfaro quel giorno era di ottimo umore, affabile, scherzoso. Andando avanti con la riunione, approfittando della platea ristretta, raccontò i retroscena della crisi del primo governo Berlusconi, e di come gestì la cosa.

Berlusconi andò da lui e fece tre richieste. Non ricordo con esattezza quali fossero, una di sicura erano le elezioni anticipate. Anticipatissime, visto che erano passati solo sei mesi, e di andarci con il suo governo in carica. Scalfaro raccontò di come ebbe chiarissimo, in quei brevi secondi, che se avesse detto anche solo un sì, Berlusconi sarebbe riuscito a strapparglieli tutti e tre. L’Italia nel frattempo era in crisi nera, c’era grande sfiducia nelle istituzioni, c’era stata tangentopoli; come presidente della repubblica doveva cercare di scongiurare il ritorno alle urne in tutti i modi. Berlusconi incalzò: “Forse non mi hai sentito – le prime cariche dello stato per prassi si danno del Tu, come ci spiegò lo stesso Scalfaro vedendo i nostri occhi strabuzzati – ti ho fatto tre richieste…”. A questo punto Scalfaro lo interruppe e rispose:

“Alle tue tre richieste, rispondo tre no.”

E poi, confessò Scalfaro senza la minima vanteria, quasi vergognandosene, fece un bluff magistrale, interpretando con spregiudicatezza il suo ruolo (anche alla luce della sua conoscenza dello Stato, aggiungo io). Puntò sul fatto che Berlusconi non conoscesse tutte le prerogative e i poteri del capo dello stato, e gli fece credere di averne molti più di quanti ne avesse, e insieme gli fece una proposta che – a suo dire – mai nessun presidente avrebbe dovuto fare, ovvero che avrebbe proposto di formare un nuovo governo alla persona che Berlusconi gli avesse indicato (mai sentito parlare di Lamberto Dini?). Berlusconi, che invero ignorava gran parte delle norme della democrazia parlamentare italiana, alla fine accettò, come la Storia ci insegna, ma credo che, appena sceso dal colle, i suoi collaboratori gli abbiano fatto notare come fosse stato turlupinato – peraltro per la seconda volta (la prima era stato per Previti) – da Scalfaro. Da qui, malignamente, credo derivi gran parte dell’astio del centrodestra nei confronti del Nostro, checché ne dicano. E li capisco anche.

Ricordo a tal proposito una tribuna politica, in cui c’era Scalfaro e Sacconi. Quest’ultimo si lasciò un po’ troppo andare a fare il teatrino, e Scalfaro gli disse, con molta dolcezza, qualcosa come: “Maurizio, siamo stati compagni di partito [la DC N.B.] per tanti anni, non c’è bisogno di far finta di non conoscersi e di darsi del Lei”. Sacconi reagì da essere indegno qual è, rinfacciandogli la condanna a morte che Scalfaro firmò a guerra appena finita. Scalfaro accusò il colpo, tornò in un attimo quel vecchio che era, e stette zitto, visibilmente ferito. In quel momento, conoscendo la storia per averla sentita raccontare da Scalfaro stesso (a me personalmente, per altro), quasi mi commossi per la profonda pena che provai, e dalla rabbia e il disgusto per il colpo basso di Sacconi.

Scalfaro fece benedire, quando ne era presidente, la Camera dei Deputati, fatto che ritengo gravissimo. Eppure la stessa persona, anni e anni dopo, quando la CEI si espresse su un referendum (o qualcosa del genere), disse che i Vescovi sono persone eccellenti, ma che essendo fuori dalla Costituzione della Repubblica, farebbero bene ad occuparsi di religione, e non della politica italiana. Io credo che, diversamente da molti altri, si sia evoluto, nel tempo, come politico e come uomo. La differenza fra Scalfaro e Capezzone, ad esempio, è che quest’ultimo ha cambiato idea per avere più potere. E come lo stesso Scalfaro disse: “Ricredersi e cambiare pensiero è un atto di intelligenza e di dirittura morale. Se un ministro democristiano diventa comunista rifiutando posti di potere io lo rispetto. Ma chi cambia idee e acquista potere certamente è un opportunista”.

Nel 2007, in un periodo di grande sfiducia nella politica, un giorno mi imbattei in una legge che voleva modificare la Costituzione, cercando di aumentare il quorum necessario per modificare la Carta stessa (e dunque mettendola al sicuro da colpi di maggioranza, come fece il centrosinistra per il titolo V). Vado a vedere, e il primo firmatario era Scalfaro. Presi carta e penna, e gli scrissi, dicendo subito che ci separavano abissi politici, ma ringraziandolo per quella proposta di legge e per aver “salvato il paese da quella manica di farabutti che dissennatamente il popolo italiano” aveva eletto nel ’94, esprimendogli la mia gratitudine per la sua presenza in un desolante panorama politico, e il mio sconforto e disamore alla politica.

Dopo qualche settimana, un giorno, a pranzo con i miei amici-colleghi, mi telefonò mio padre.

“Giacomo, oggi sono venuti due questurini a cercarti a casa tua, non c’eri, hanno sentito la vicina di sopra che ha fatto chiamare me: gli ho dato il tuo cellulare, ti scoccia?”.

“Pà, ormai ha poca importanza se mi scoccia o meno, ma che volevano?”

“Mah, non saprei, dice che non era niente di brutto”

“Avranno ritrovato il cellulare di Paola, certo strano che ti vengano a cercare a casa…”

Un po’ interdetto racconto la cosa ai colleghi. Dopo pochi minuti una telefonata, un numero a me ignoto compatibile però con i numeri in zona via Zara.

Rispondo.

“Salve, è la Questura di Firenze, parlo con Giacomo Trombi?”

“Si”. Nel frattempo il mio collega M. chiedeva, a voce non troppo bassa, “Ma che cazzo hai combinato?”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro” – a metà strada fra una domanda ed una affermazione

“….si…” (porca puttana – penso nel frattempo – me l’hanno intercettata)

“Il presidente Scalfaro avrebbe piacere di parlarle, e chiede se può telefonarle sul suo numero di telefono privato”

“….scusi?…”

“Il presidente Scalfaro ci ha chiesto di rintracciarla per chiederle se può chiamarla al suo cellulare” ripete divertita la signorina.

Balbetto che ovviamente mi farà un grande piacere, e da lì passa l’appetito e tutto il resto.

Più tardi, in ufficio, squilla nuovamente il cellulare: un numero di Roma.

Solita trafila:

“Pronto, è la segreteria del Presidente Scalfaro, è il signor Giacomo Trombi?”

“Si”

“Lei tre settimane fa ha scritto una lettera al presidente Scalfaro?”

“Si”

“Aspetti un attimo, le passo il Presidente”

 

 

 

“Sono Scàlfaro…”.

 

 

La lunga telefonata, che si svolse per parte mia nel torrido cesso – un posto di sicura privacy - in cima alla piccionaia di Agraria, in un torrido Agosto, fu semplicemente meravigliosa.

Per prima cosa si scusò per avermi fatto chiamare sul mio numero privato. Poi mi ringraziò più e più volte per la lettera, a suo dire troppo lusinghiera nei suoi confronti. Poi cominciò a raccontare. I primi anni della politica, l’episodio terribile della condanna a morte che dovette firmare – la legge era semplicemente, purtroppo quella, anche se poi fu amnistiato –  una grande e profonda crisi che ebbe nel primo dopoguerra, quando gli sembrò che tutto fosse ancora marcio, che nulla fosse cambiato, e durante il quale avesse pensato di mollare tutto. Poi ancora ringraziamenti, mi chiese che facevo. Mi salutò mandandomi un abbraccio. Qualche tempo dopo mi arrivò un suo libro sulla Costituzione, con la dedica scritta di suo pugno.

Non capii subito per quale motivo mi avesse telefonato. C’è chi dice per ringraziarmi, c’è chi dice perchè era un vecchio che non aveva un cazzo da fare e questurini a disposizione, c’è chi dice perchè era un signore, c’è chi dice perchè era un democristiano. Dopo non poco tempo ho capito, un po’ come François Pienaar in “Invictus”, dopo il primo incontro con Mandela, quando la sorella gli chiede “Allora, che voleva?” e lui, dopo qualche minuto, illuminato, capisce e risponde “Credo che voglia che vinciamo il campionato del mondo”. Allo stesso modo ho capito io, raccontando la cosa a gente semisconosciuta sulle gradinate di santambrogio una sera d’estate di qualche tempo dopo, per quale motivo Scalfaro mi abbia chiamato: per dirmi di non farmi prendere dallo sconforto, di non abbandonare le mie responsabilità, di non abbandonare la lotta. Perchè anche se sembra che tutto sia uno schifo, non possiamo permetterci il lusso di mollare tutto.

Potrete dire quello che volete su Scalfaro, e magari avete anche ragione. E magari aveva ragione anche chi, malignamente, ha detto che mi ha telefonato perchè si annoiava.

Resta il fatto che un ex presidente della repubblica si è preso la briga di telefonarmi per dirmi di non perdere la fiducia e di non darmi per vinto. Quando mi impartirete una lezione di vita di questo livello, vi ascolterò volentieri.

 

Grazie, presidente, e buona fortuna

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