La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

September 2nd, 2011

Non è un paese per giovani

Santander, by enrico.

(Attenzione questo è un articolo politicamente scorretto e se ne sconsiglia vivamente la lettura agli over-50)

 

Mai avrei pensato di iscrivermi ad uno di quei centri del bicipite e del polpaccio che vanno tanto di moda negli ultimi anni. Uno di quei centri che, per cifre tutt’altro che modiche, ti offrono di tutto: dalle piscine alle saune, dai più moderni tapis roulant a dei pesi che neanche Schwarznegger nei giorni migliori. Non lo pensavo eppure l’ho fatto. Considerando i costi più contenuti rispetto all’Italia, la vicinanza a casa e, soprattutto, la necessità di ritornare in piscina dopo due mesi di incontri troppo ravvicinati con la gastronima locale posso ora considerami il membro di un “club esclusivo” (così m’hanno detto, tra mille sorrisi, mentre strisciavano la mia carta di credito).

Dopo il necessario passaggio nella succursale d’una nota multinazionale di abbigliamento sportivo per l’aquisizione di abiti congrui all’esclusività del luogo, mi sono presentato in quella che (sempre secondo la sorridente signorina della carta di credito) dovrei considerare come una “seconda casa”. Causa la temporanea chiusura della piscina ho dovuto, mio malgrado, optare per una corsetta sul posto su uno di quei diabolici attrezzi che corrispondono al nome di tapis-roulant Devo ammettere che mi sentivo sinceramente un cretino a correre e, soprattutto, a sudare in uno stanzone chiuso con altri 15-20 esemeplari della mia specie mentre fuori c’era un bellismo sole. Dopo pochi minuti ho cominciato a realizzare, non senza stupore, di cavarmela decisamente meglio rispetto ai miei affannati vicini. Cosa stava succedendo? Erano tre mesi che non muovevo un muscolo, e d’improvvismo eccomi a correre agile e leggero (almeno così mi pareva) mentre tutto intorno si sentiva solo un ansimare profondo e confuso. Eppure loro erano dei professionisti della cosa sul posto, lo si vedeva chiaramente dai loro vestiari e dalla loro confidenza con il mezzo. L’illusione d’essere diventato un novello Mennea è durata il tempo d’un pensiero; mi sono guardato meglio attorno ed ho capito. Ero circondato da vecchi. Tra me e il più giovane di loro correvano almeno 25 anni di differenza.

È stato un momento, un’epifania improvvisa. In questa città sono SEMPRE circondato da vecchi. Sono ovunque e sono tantissimi. Le file dei supermercati sono popolate esclusivamente da nonne dai capelli cotonati (generalmente tinti di colori improponibili), camminare per strada significa doversi produrre in difficilissimi slalom tra bastoni e andature incerte. Ed è così che diventa normale incontrare questi anziani anche nei posti più impensabili; magari alle tre di notte a farsi un birino nel tuo stesso bar oppure, appunto, nel “club più esclusivo della città” a ricercare una giovinezza ormai troppo lontana. E forse se Santander è una città lenta e noiosa è porprio perchè a loro piace così. Che stupido, come mai non c’ero arrivato prima!

Naturalmente avere una simile categoria di concittadini ha anche qualche aspetto positivo. Gli esempi più lampanti li si hanno sugli autobus. A Santander non dovrai affrettarti a scendere alla tua fermanta; gli autisti, consapevoli della mercanzia che portano al giro, aspettano pazientemente ad ogni fermata, così da dare anche al più scalcinato novantenne tutto il tempo di alzarsi da suo posto e di scendere. Inoltre, visti i tuoi compagni di viaggio, ti passa velocemente il vizio di cedere il tuo posto a sedere: scegliere a chi lasciarlo è psicologicamente più duro che fare l’indifferente e guardare fuori dal finestrino. Meglio allora, come ormai faccio nelle ore di punta, rimanersene in piedi anche se ci sono decine di posti liberi. Una volta, erano i primi giorni ed ero ancora una persona sensibile, avevo deciso di lasciar sedere un ottantenne con evidenti problemi di deambulazione; non ho fatto in tempo ad alzarmi e ad avvertire il prescelto che già una simpatica canaglia, sarà stata sulla settantina, si era seduta al mio posto. L’unica altra under-60 come me presente su quel bus mi ha allora sussurrato: “Perchè dovremmo lasciare loro il posto? Se sono qui, su questo bus, vorrà dire che tanto male non stanno!”

 

Avrei voluto ribatterle qualcosa, ma non l’ho fatto.

 

 

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