La fuga dei baccelli

blog sinottico di due ricercatori in fuga

February 21st, 2013

Outing

1 Comment, Mail - di fretta, by enrico.

A volte schematizzare aiuta.

Voterò per SEL perché:

  • Sono un precario della ricerca e questa è l’ultima spiaggia per poter pensare avere un qualche futuro in Italia.
  • Voglio una vera sinistra di governo, credibile e europea.
  • Credo nella Politica, nelle persone serie e nei candidati di SEL (credo in Laura Boldrini, in Francesco Forgione, in Pape Diaw e in tanti altri).
  • Voglio, finalmente, una forza di governo che lotti contro il precariato della mia generazione.
  • Voglio una forza di governo che combatta ogni forma di discriminazione e di razzismo, ci siamo già dimenticati di piazza Dalmazia?
  • Voglio una forza di governo che creda nelle energie rinnovabili.
  • Voglio una forza di governo che pensi che la lotta contro tutte le mafie passi anche dalla cultura.
  • Voglio una forza di governo che veda nella scuola e nell’università, rigorosamente pubbliche, due pilastri dell’Italia di domani.
  • Sono, senza se e senza ma, per lo ius soli.

Non voterò per Grillo perché:

  • Non sopporto i populismi, e ancor meno i populisti.
  • Solitamente mi parte il nervo alle frasi: “Tanto son tutti uguali, rubano tutti” “Destra e sinistra, son tutti uguali”……..
  • Ha posizioni spesso razziste.
  • Sono, senza se e senza ma, per lo ius soli (scusate la ripetizione).
  • Credo sia una bestemmia abolire il finanziamento pubblico ai partiti.
  • Con i fascisti mai, senza se e senza ma.
  • Non mi è mai piaciuto chi predica la violenza e il conflitto. Grillo e i grillini parlano sempre di “noi” e di “loro”; di muri, per i miei gusti, ce ne son già stati fin troppi
  • Grillo ci propone una democrazia partecipata e molti di coloro che lo voteranno, fino ad oggi, non avevano mai sentito il bisogno di partecipare e, molto probabilmente, già da domani non lo sentiranno nuovamente più. Spesso mi domando, ma dove siete stati tutti questi anni?

Non voterò per Igroia perché:

  • Ha candidato degli impresentabili (c’è da chi ha dato più di una mano per insabbiare la commissione parlamentare su Genova a chi si è battuto affinché durante le manifestazioni i poliziotti non debbano esibire dei codici di riconoscimento).
  • Rappresenta un antiberlusconismo sterile (vedi Di Pietro) che tanti danni ha fatto negli ultimi anni.
  • Non sopporto più i duri e puri, quelli per cui è molto più comodo essere pregiudizialmente all’opposizione.
  • Vent’anni di berlusconismo ci hanno fatto forse dimenticare che i questurini non sono mai stati (e mai saranno) nostri amici.

 

Buon voto a tutti!

 

December 3rd, 2012

Botte e pannolini (omaggio alle ostetriche)

No Comments, Vienna, by giacomo.

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Poco più di tre anni e mezzo fa nasceva Peppe. Allora, dopo i primi giorni passati nella maternità di Careggi – in pieno clima di caccia al fannullone post-deliri di Brunetta, decisi che avrei dovuto, prima o poi, omaggiare le ostetriche, cui mi sentivo di dover molto, anche per render giustizia almeno ad una piccola parte profondamente lesa del mondo del lavoro. In questi giorni, dopo la nascita di Anita quassù in Austria, credo sia giunto il momento di rendere omaggio.

Le ostetriche, ne ebbi sentore nel maggio del nove, e ne ho avuta una specie di conferma nel dodici qui in Austria, appartengono ad una setta, una confraternita, una sorellanza che affonda le proprie radici in un tempo ancestrale. Temevo non poco di trovarmi in sala parto senza capire una minchia, visto che il mio tedesco ancora non eguaglia nemmeno quello delle sturmtruppen. Ma la lingua delle ostetriche è una sola, fatta di riti, gesti, sussurri, comandi, carezze, botte. E sono tutti così antichi che non c’è bisogno di capirli: si sanno.

Ogni volta che vedo un’ostetrica con in mano un neonato, penso a quando raccontavo ai miei lupetti di Mamma Lupa, il personaggio del Libro della Giungla che cresce Mowgli: pur avendo mandibole in grado di spezzare un osso di bue, con le stesse zanne è in grado di spostare i propri cuccioli senza il più piccolo graffio. Oppure alla cagna che avevamo quando ero piccolo, che grande e grossa era in grado di saltare in mezzo ai suoi undici cuccioli senza mai calpestarne uno. E se il paragone può sembrar quasi offensivo, per me è il più preciso, e racchiude tutto il mio stupore e ammirazione. Le ostetriche trattano i bambini con modi decisi, quasi bruschi, senza tentennamenti, come le movenze di chi ripete gli stessi gesti da millenni. Eppure con una dolcezza infinita. E lo stesso vale per tutto quel che fanno.

Ho sentito porre, dalle mie e dalle labbra di altri babbi, le domande più evidentemente idiote che siano mai state pronunciate sulla faccia della terra, domande che alla fine sono semplici richieste di rassicurazione: mai ho sentito rispondere in modo brusco, annoiato, stizzito, mai toni di sufficienza. Le ostetriche sanno anche guardare con tenerezza a quella strana protesi che è il babbo. Diciamocelo chiaramente: siamo probabilmente più inutili delle zanzare, in sala parto. Se va bene, i padri svengono: in questo modo vengono sgomberati dalle palle e fino alla fine delle danze nessuno se ne deve più preoccupare. Certo, facciamo folklore: come non sorridere di fronte ai cori da stadio improvvisati assieme agli altri babbi quando torna una puerpera dalla sala parto, agli abbracci e alle pacche come si fossero fatte insieme le medie, alla finta indifferenza con cui tendiamo le orecchie fino allo spasmo per carpire la risposta ad una domanda che – grazie al cielo – un altro babbo è riuscito a formulare, togliendoci un paio di dubbi atavici, e risparmiandoci al contempo l’ennesima figura da imbecille di fronte all’ostetrica di turno. Le ostetriche non solo riescono a tollerare questo indegno spettacolo, ma ci trattano con affetto, cercando anche di coinvolgerci, tipo quando ti fanno tagliare il cordone ombelicale (ecco, la prossima volta eviterei volentieri, ché si vanifica in un attimo tutta una lotta contro lo svenimento, sorvolando sulla somiglianza col pulire i calamari).

Credo che molto abbia a che fare, oltre che col fatto di praticare un mestiere antico come il mondo, con la dinamica del parto stesso. Di fatto, un’ostetrica è una donna che costringe una sua consimile non solo a non fuggire da quel dolore totale, immenso e accecante, ma addirittura a gettarvicisi in mezzo, perché sa che l’unica via d’uscita passa proprio da lì. E questo le permette, probabilmente, da una parte di lasciar perdere tanti fronzoli, dall’altra di mantenere un livello di compassione elevatissimo, senza il quale io credo un’ostetrica non potrebbe fare il proprio mestiere. La sensazione è infatti che ci sia una forma antichissima di amore fra la partoriente e l’ostetrica.

Il parto è un momento totalizzante, anche per noi papà. Sembra che il fluire del tempo, della storia, del mondo stesso, rallenti fino quasi a fermarsi, in un tempo presente assoluto, e nello stesso tempo si restringa fino a quello stretto canale, che la creatura percorre con lentezza, millimetro a millimetro, fitta dopo fitta. La descrizione più bella e fedele di cosa sia il parto per un uomo l’ho sentita da un collega di colleghi, un romano, una volta a pranzo, pochi giorni prima che nascesse Peppe. Non l’avevo mai visto, ed era l’unico degli astanti che avesse assistito ad un parto: gli chiesi come fosse, visto che ci sarei andato. “Mah…devi capì che…cioè…è ‘na cosa bbella…però vedi tu’ mojie in una condizione che….cioè…teribbile…però è pure bbello, cioè…sangue dappertutto…però emozionante eh…anche se la vedi soffrì e nun puoi fa’ gnente…insomma: nun se po’ spiegà, però vacce!”

Infine, mi ha sempre affascinato moltissimo il tormentato rapporto fra medici ed ostetriche. Da una parte c’è la scienza, la forza di chi porta quel verbo che ha salvato milioni di vite, sconfitto malattie, riaggiustato ciò che il padreterno ha tralasciato. Dall’altra una signora che, guardandoti col sopracciglio incurvato, sembra dirti che se ne frega tre cazzi della tua scienza, che lei sono millenni che fa nascere creature, e che fino a prova contraria come si fa a far partorire una donna lo sa lei. Entrambe le forze hanno ragione, una forse è più affascinante, antica e fisica, l’altra più intellettuale, razionale, algida. Però, entrambe giocano e sanno giocare. C’è un limite fra le due discipline, ma da entrambi i lati della linea sottile vige una regola ferrea: poche palle. Quando comanda l’ostetrica, ovvero finché il parto è naturale, comanda l’ostetrica. Mentre Peppe cercava la sua via d’uscita, l’ostetrica chiese alla ginecologa di sostituirla per dieci minuti. Nel chiederlo, mimò con ostentazione il gesto di chi fuma. Tornò che puzzava di fumo come un pub, ma anche con rinnovata energia: cominciò a gestire (sì, gestire: normalmente detesto questo verbo applicato alle persone, ma in questo caso è l’unico appropriato!) le ginecologhe e le altre ostetriche presenti come fossero strumenti. E le altre, fossero laureate o specializzate, più anziane o meno, tutte eseguivano come precisi automi, obbedienti.

Con il parto, riprendendo quanto mi disse un mio zio, comincia quel lungo e sotterraneo percorso attraverso il quale un uomo diventa un padre. È, a differenza di quello delle madri, un percorso infinito, dall’esito incerto e dai contorni sfumati, ma non meno profondo. Il primo passo per diventare uomini ce lo mostrano proprio queste donne, forse l’archetipo della femminilità stessa, con i loro gesti, il loro affetto, e ogni tanto, con le loro botte sardoniche.

Con gratitudine

June 11th, 2012

In Cesare we trust

No Comments, Santander, by enrico.

Cesare Prandelli per Firenze è stato molto più di un semplice allenatore di calcio. Il prandellismo ha segnato la storia recente della nostra città: per un breve e bellissimo momento ci è sembrato che potessimo  essere  il centro di un nuovo modo di intendere il calcio. Purtroppo è durato poco, il prandellismo è stato scalzato con successo dal rampante renzismo e la nostra amata squadra ha cominciato a navigare in zone tutt’altro che nobili della classifica.  Sarà stata quella sua immagine da buono, quella sua eterna pacatezza, quel suo stile impeccabile ma per qualche anno sulle rive dell’Arno si è avuta la netta sensazione di aver a che fare con una persona fuori dal comune, una persona così tanto diversa dal mondo di cui faceva parte da sembrare rivoluzionaria.  Poi purtroppo tutto è finito.

La Nazionale poteva essere un bel rischio per il nostro Cesare, un labirinto nel quale correva il rischio di perdersi, ma non è stato così. Ieri l’Italia è scesa in campo cosciente dei propri limiti ed è stata proprio questa consapevolezza, molto poco italiana, ad aiutarla a resistere agli assalti spagnoli. Si affrontavano le rappresentanti di due paesi in grande crisi, ma l’approccio all’incontro è stato diametralmente opposto: da una parte c’era una squadra (attuale campione del Mondo e d’Europa) desiderosa di ribadire la propria incontestabile superiorità e dall’altra undici giocatori che volevano solamente provarci, senza troppa supponenza. Due approcci tra loro molto lontani che possono forse rappresentare due modi alternativi di affrontare questi anni complicati. Anche la tradizionalmente polemica stampa sportiva spagnola questa mattina è stata costretta, forse per la prima volta nella sua storia, a dare atto della bontà dell’atteggiamento italiano. Subito dopo la partita Prandelli ha dichiarato che questa è, né più né meno,  la sua Italia.

Da queste pagine vogliamo quindi fare i migliori auguri al nostro Mister:  non sappiamo dove potrà arrivare ma questa è, molto semplicemente,  la sua idea di calcio e a noi Baccelli in fuga piace molto.

 

June 4th, 2012

Pulpen Ficktion

No Comments, Vienna, by giacomo.

Ah, Vienna.
I viali alberati, vecchi Caffè pieni di specchi e vecchie signore, i palazzi imperiali, i giardini, il Danubio che scorre, la neve nei vicoli del centro.
E come dimenticare le Fiaker, le gloriose carrozze che portano entusiasti turisti per gli acciottolati del centro?
In realtà questi residuati dell’Impero ben poco hanno di romantico, ma sembrano dimenticarlo le migliaia che ci si gettano quotidianamente.
I cavalli, ronzini male in arnese con le orecchie perennemente inguainate in delle specie di preservativi bianchi di stoffa (ovviamente luridi), passano la maggior parte del tempo libero a fare le uniche due cose che possono fare: cercare di mordersi vicendevolmente e cacare.
I vetturini sono tutti dei brutti ceffi, la pelle bruciata dal sole, rovinata dal fumo e dall’alcol, con una bombetta dalla forma piacevole, ormai lisa e bisunta, calcata sui capelli. Le braccia sono quasi sempre ricoperte di tatuaggi, ma si noti che non sono né attualissimi tribali, né dragoni o carpe, e nemmeno ideogrammi: bensì quei fregi fatti a mano, nomi di donna, volti, cristi e madonne, che solo marinai e galeotti sfoggiano. Mancando il mare a Vienna…

Pare infatti che nei tardi anni ottanta siano cominciati ad arrivare i Russi, malavitosi agguerriti e preparati, che hanno in breve tempo estromesso le bande locali (tutta brava gente, artigiani senza esperienza di mondo) dalle loro attività più tradizionali: le donne, il gioco d’azzardo, un po’ di droga.
I disgraziati, per potersi permettere le merci che un tempo distribuivano, hanno usato tutta la loro frustrazione per potersi imporre sui vecchi vetturini, il cui lavoro offriva l’enorme vantaggio del pagamento, in nero, a cadenza giornaliera, da sputtanarsi la sera stessa.
Grande preparazione non serve, infatti, per biascicare due minchiate su Sisi a distratte famiglie di americani. E comunque, alla fine, il servizio loro più richiesto è di chiudere il guscio della Fiaker per poter consumare una trasgressivissima sveltina per le vie di Vienna. E se c’è una cosa in cui questi gangster in disarmo sono eccelsi, è tener la bocca chiusa e far finta di nulla.

May 25th, 2012

bitter happy end

No Comments, Vienna, by giacomo.


Primavera 1991.

Un bimbo di circa 4 anni sta guardando la televisione, i cartoni animati. La madre è indaffarata in cucina. Il padre è fuori, al lavoro, fa il poliziotto.

Improvvisamente il cartone scompare. Al suo posto, dopo un breve, fastidioso momento di trasmissione interrotta, compare un uomo a mezzo busto. È vestito con un’uniforme militare, il bimbo non sa riconoscere i gradi, ma sa cosa sia una divisa – e quell’uomo ne indossa una. Non ha un’espressione amichevole. Bastano due parole, ringhiate con voce cattiva, che la madre si precipita in soggiorno, uno straccio ancora in mano.

Il bimbo non riesce a capire esattamente cosa stia dicendo l’uomo, dev’essere qualcosa come “vi uccideremo tutti” o qualcosa del genere, non ha molto senso, ma sicuramente non è niente di buono. Strane sensazioni.

Molto più senso ha il singhiozzo sordo di sua madre, il suo improvviso pallore, e il suo pianto silenzioso e disperato.

Seguono scene convulse. Telefonate, papà è scomparso, non si sa dove sia, non si può sapere – cosa vuol dire papà è scomparso? – non si sa quando si saprà – cosa vuol dire? – il telefono staccato, uscire di fretta da casa – dove andiamo mamma? – gente in giro per la strada, poi ricordi confusi, case sconosciute, sballottato di qua e di là. In un attimo il bimbo impara che non sempre si possono fare domande, e che alcune non si possono nemmeno pensare.

 

Quel bimbo oggi è vivo, ed è un bravo, serio e promettente ricercatore sloveno, che svolge il suo dottorato in un istituto di ricerca internazionale. Parla molto bene l’inglese, il tedesco, il serbo-croato. Capisce l’italiano e altre lingue di matrice slava.

Suo padre è vivo, fa ancora il poliziotto, e nulla gli successe nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione d’indipendenza della Slovenia, anche se per quasi una settimana la sua famiglia niente seppe di lui. Lo stesso vale per sua madre, e per suo fratello più piccolo.

Non so cosa sia stato del generale dell’armata jugoslava che interruppe le trasmissioni, in fascia protetta – come diremmo oggi – per annunciare agli sloveni che in quel momento erano alla TV che sarebbero tutti stati uccisi, che non ci sarebbe stata pietà per loro, che avrebbero pagato caro il loro azzardo.

Alla Slovenia è andata di lusso, e ben lo sa il mio amico, e ben lo sapeva quando mi ha raccontato questo aneddoto, con uno strano sorriso sulla faccia, con il suo modo di affrontare le cose sempre un po’ scherzoso, distaccato e allegro. Ci sono stati ben altri orrori, pochi anni dopo, accanto a casa nostra: mentre noi ci fumavamo le prime sigarette, ci davamo i primi baci, pigliavamo le prime sbronze, i nostri coetanei venivano sbranati da mine e mortai, e alle nostre coetanee andava anche peggio, al di là dell’Adriatico.

Eppure è ugualmente terribile questo piccolo aneddoto, la ferocia di questa immagine, la cattiveria del gesto. Ed avere davanti il bimbo di allora, che veniva posto di fronte a tanto mentre io pregustavo la fine della seconda media, e che oggi me lo racconta con semplicità, cercando più che altro di capire e di farmi capire lo stato della madre, più che il suo, mi ha toccato.

May 23rd, 2012

Sabato pomeriggio

2 Comments, Santander, by enrico.

Era un bel sabato pomeriggio. Ricordo il caldo, i pantaloncini corti, due tiri ad un pallone nel giardino dei nonni. Ricordo bene quel pomeriggio, è strano,si tratta di uno dei ricordi più nitidi che ho degli anni a cavallo tra l’infanzia e l’adolescenza. Ero contento quel sabato: dopo qualche giorno sarebbe finita la scuola, stava iniziando l’estate ed il freddo dell’inverno era ormai un ricordo, l’aria sapeva di libertà. Mancava poco all’ora di cena, ma entrando in casa c’era uno strano silenzio e si sentiva solo il brusio della televisione. Gli adulti, anche i nonni, stavano guardando con aria preoccupata l’annunciatrice del telegiornale, li per li non capii bene cosa stesse succedendo, mi sorprese, e molto, che non fossero tutti felici e spensierati per la bella giornata primaverile

 

Era il 23 maggio 1992 ed erano stati appena uccisi Giovanni Falcone, sua moglie e i membri dalla scorta. Son passati vent’anni, ma l’immagine di quel pomeriggio mi torna spesso in mente.  L’identifico chiaramente con il momento nel quale cominciai a capire in che Paese stessi crescendo e, forse, con l’inizio di un processo che mi ha portato a fare il mestiere che faccio.

 

May 8th, 2012

Punti di vista – Cosi è, se vi pare

No Comments, No man's land - in viaggio, Santander, by enrico.

In attesa di essere imbarcato sull’ennesimo volo Ryanair di questo ultimo anno vorrei provare a sintetizzare, in pochi punti, quanto emerso dalle elezioni amministrative di ieri:

1) Il PDL sta implodendo. Credo però si debbano evitare facili entusiasmi: Belusconi ha dato già molte prova di saper risorgere ancora più forte dalle proprie ceneri, certo che un risultato come quello di Parma (5% ai “berluscones”) sembra veramente sancire la fine di una lunga e buia stagione.

2) Il PD tiene ma non convince. Nelle regioni tradizionalmente “rosse” la fedeltà ad un voto “familiare” resiste meglio che per altre forze politiche ma questo non significa che non ci siano dei problemi. Una leadership che si sposta sempre più a destra rischia di dimenticarsi delle proprie origini per trasformarsi in una nuova DC, senza però poter contare su quelle che erano le basi sociali democristiane e, al contempo, perdendo le proprie.

3) La sinistra “vendoliana’ non decolla. SEL, duole dirlo in quanto militante, non riesce proprio a scrollarsi di dosso i propri limiti e non riesce, come invece dovrebbe, a far suoi i voti che il PD sta perdendo a sinistra. La retorica vendoliana, in assenza di un nemico ben identificabile come era il signo B è andata perdendo appeal e comincia a sembrare sempre più vuota e slegata dalla realtà.

4) L’IDV naviga a vista. Vale il discorso fatto per vendola. Inoltre, senza le capacità retoriche e le basi sociali di SEL, e senza B, diventa veramente difficile sopravvivere per il movimento di Di Pietro. La politica dovrebbe essere la spinta verso un modello sociale, nell’IDV questo modello non c’è mai stato e la crisi è evidente (fatto salvo il caso di Orlando, ma quella è un’altra storia, molto locale e poco nazionale). Si credeva che opporsi a Monti (opposizione chiaramente strumentale e dovuta essenzialmente a calcoli elettorali) avrebbe salvato la barca, forse è stato così, ma si ha la sensazione che il naufragio sia imminente.

5) La Lega è vittima di se stessa. Un ultimo ritorno alla Lega di opposizione, alla Lega dei forconi, alla Lega contro Roma Ladrona non ha convinto gli elettori ed i militanti. Tosi ha vinto, ma ha vinto in opposizione al proprio partito, ha vinto richiamandosi alla DC e l’Italia “Bianca”. Certo che era difficile che le lauree albanesi e gli investimenti africani non lasciassero il segno su una base che ha sempre fatto dell’esclusione uno dei suoi cavalli di battaglia. Ad auto-escludersi è stata, in questo caso, la stessa classe dirigente padana.

6) I “grillini” sono i veri vincitori. Credo sia una pessima notizia che per essere compresa andrebbe inserita in quel processo di emersione di forza “anti-sistema” che stiamo vedendo nelle ultime settimane in Europa (dal voto francese a Marie Le Pen a quello greco ai neo-nazisti). Intendiamoci, non penso assolutamente che Grillo ed i suoi siano dei pericolosi sovversivi di destra penso però che in Italia, ed in particolari momenti di crisi, ci si sia spesso “rifugiati” in movimenti nazional-populisti che, in alcuni casi ci hanno portato a vere e proprie tragedie. Nei due dopoguerra, solo per fare qualche esempio, movimenti come quello fascista e quello dell’uomo qualunque fecero del rifiuto del sistema politico la propria bandiera, sappiamo tutti come, in particolare nel primo caso, sia andata a finire. Ma anche il Berlusconi e il Bossi del 1994 non erano tanto diversi dal Grillo del 2012. Ciò che accomuna storicamente il grillismo con il fascismo delle origini è il rifiuto, totale e radicale, di accettare una dialettica con l’avversario che viene invece spesso deriso, sbeffeggiato e umiliato (lo storpiamento dei nomi è un elemento indicativo di questo processo). Chi non è con me, pensa molto banalmente Grillo, mi è semplicemente inferiore.

In sintesi, prima di tornare a Santander, non posso che essere un po’ preoccupato per come si stanno mettendo le cosa in Italia. Credo però che in Europa ci siano state anche delle belle notizie negli ultimi giorni: Hollande certamente ma, soprattutto, l’emergere in Grecia di una sinistra, Syriza, che crede fortemente nell’Europa, in un’Europa diversa da quella in cui stiamo vivendo.

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May 4th, 2012

TFA – La sintesi di un Paese

No Comments, Santander, by enrico.

Sono stati finalmente pubblicati i bandi per l’accesso al TFA (Tirocinio Formativo Attivo): lo strumento pensato dal Ministero dell’Istruzione per favorire l’inserimento nel sistema scolastico italiano di nuovi giovani docenti e, più egoisticamente, una via percorribile per il rientro sul suolo patrio di alcuni baccelli in fuga.

Il baccello santanderino ha quindi dedicato buona parte della sua mattinata ad una attenta lettura del suddetto; sorvolando sulle immancabili perle grammaticali che ti garantisce qualsiasi bando quando viene pubblicato al sud delle Alpi, le sorprese negative non sono state poche. In un primo momento ci si è sorpresi per la scoperta di un odioso balzello (oscillante tra i 100 ed i 150 euro per ogni classe di concorso cui si decida di partecipare) cui saranno costretti tutti i “candidati”; un balzello che se moltiplicato per le migliaia (forse più di una decina) di più o meno giovani che proveranno ad avere accesso ai TFA ci da la misura del discreto “gruzzoletto” che metteranno da parte gli atenei italiani in un momento per loro così difficile.

Ma la botta vera è arrivata nelle ultime pagine: coloro che dopo una selezione basata su tre prove risulteranno idonei alla partecipazione al Tirocinio, non solo dovranno pagare, ma dovranno pagare salato. Nel caso degli atenei toscani si tratta di 2.200 euro, ma in altri casi pare si possono superare i 3.000. Si tratta di una tassa ingiustificata ed ingiusta. Ingiustificata perché, così per come è stato pensato il TFA il “tirocinante” verrà affiancato a degli insegnati medi o superiori e non comporterà alcun costo molto per i singoli atenei destinatari delle tasse. Ingiusta perché, soprattutto in questo momento di crisi, introdurre una barriera di questo tipo significa precludere a moltissimi la possibilità di partecipare. Difficilmente, coloro che non hanno un sostegno economico potranno permettersi non solo di lavorare gratis ma di dover anche pagare per farlo. Sorprende che in mesi in cui tanto si parla di lotta alla precarietà del lavoro giovanile siano possibili storture di questo tipo.

La sensazione è che finché l’Italia continuerà ad essere il paese che è continueranno ad esserci dei baccelli costretti alla fuga.

 


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